Primo articolo del blog
Questo è l’estratto dell’articolo.
Questo è l’estratto dell’articolo.
Che cosa è la conoscenza?
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1° $ – Quali doti attitudinali occorrono per gli studi filosofici.
Dopo essere rimasto in scacco della problematica kantiana riguardo al “dubbio dogmatico” e alla conoscibilità della “cosa in sé”, solo in tarda vecchiaia (82 anni e 8 mesi) posso finalmente dire di esserne venuto fuori, perché ho scoperto l’inganno, la mistificazione, sicuramente non voluta da Kant ma ciononostante innegabilmente avvenuta.
Lasciatemi fare alcune considerazioni preliminari ed estemporanee, che pochissimo hanno a che fare con la speculazione filosofica, in senso stretto, e cerchiamo di prendere in considerazione alcune faccende che di solito restano al di fuori o ai margini dalla riflessione.
Doti necessarie alla filosofia.
La filosofia è quella conoscenza che deve essere coltivata da chi ne abbia la vocazione (ne parla anche Kant),([1]) oltre che senza alcuna precipua finalità, di qualunque tipo, e in maniera del tutto disinteressata, avendo riguardo solvatato all’obiettivo della ricerca della sapienza e della verità; e ciò, indipendentemente dalle mansioni che l’uomo svolgerà per altre finalità (contingenti) nel corso della vita e dagli utilizzi che gli si renderanno usufruibili dagli eventuali guadagni, grazie a tale indagine compiuta.
Ci si potrebbe subito chiedere: e chi non ha vocazione e disinteressati obiettivi, cosa deve fare?
La risposta è: imparare dagli insegnamenti altrui e utilizzarli per fini suoi particolari e contingenti!
Forse mi sbaglierò, e probabilmente nemmeno di poco, però a mio parere, ai fini degli studi filosofici, non conferisce uno statuto particolare, l’essere professori e accademici per derogare al rispetto di questi principi basilari da me esposti.
Anzi, soprattutto tra costoro, è doveroso procedere a un’attenta distinzione tra chi svolge l’attività esclusivamente come mestiere e chi invece spontaneamente la integra con un’iniziativa personale, propria e disinteressata, anche se spesso queste due finalità finiscono col confondersi agli occhi degli estranei.
Infatti, se non si vuole che la filosofia si tramuti in una pura narrazione storica del pensiero che altri hanno esposto quasi come in un resoconto di cronaca giornalistica, è necessario che queste due attività siano considerate fondamentali e inseparabili; difatti, ogni studente non si attende di ricevere la semplice esposizione del pensiero altrui ma altresì una sua rielaborazione, calata nel vissuto e negli interessi che insegnante e alunno stanno convivendo nella loro attuale quotidianità.
Cionondimeno occorre prendere atto che ciò non avviene sempre e comunque, perché l’istruzione impartita finisce spesso col restare privo di questo prezioso apporto esperienziale e personale che diventa impossibile da realizzare qualora il docente non sia dotato di quei carismi, che sono indispensabili per un insegnamento valido ed efficace di quella dottrina, che costituisce le sue mansioni particolari e per la sua funzione didattica in generale.
Se poi si va a considerare la persona e la personalità del professore, bisogna affermare che è sicuramente legittimo aspirare al raggiungimento dell’eccellenza e, se possibile, l’eminenza nell’ambito delle proprie competenze, così come accade normalmente per ogni attività umana; e ciò nondimeno avviene pure, com’è naturale, anche nel settore filosofico!
Tuttavia in questo campo, come in altri, si può essere perfino bravi insegnanti di quanto si è appresi, pur in assenza di qualunque di capacità per la ricerca personale, proprio a causa dell’assenza di attitudini naturali; spesso difatti s’insegna ciò che si è imparato secondo i modi e le perfezioni acquisite, ma senza alcuna capacità di rieseguire personalmente ciò che si sta insegnando; si direbbe che si vada ripetendo “a memoria”, “a pappagallo”, quanto appreso, non essendosi in grado, né di concepire, né di eseguire in proprio, ciò che si sta insegnando: perché l’argomento resta estraneo alle proprie attitudini naturali e personali del docente.
Un esempio potrebbe essere quello di un matematico, capace di eseguire una moltiplicazione con i numeri, ma non algebricamente con le lettere; e inoltre rimanere sconcertato riguardo al risultato di questa, perché di aspetto assai diverso: nella prima c’è un numero, nella seconda un’espressione. Tuttavia ci sono moltissimi casi in cui non si riesce a spaziare aldilà dei contenuti, appresi!
Capisco lo sconcerto, davvero avvilente, per chi eventualmente si trova a vivere una simile situazione e gradirebbe non essere in quello stato, ma ciò accade comunemente e contro ogni volontà; e tale fenomeno viene a essere contraddistinto dai termini come: conoscere la teoria e non pratica; l’astratto e non il concreto; l’intellettuale e non il manuale; il libresco e non l’esperienziale, ecc.
Sui banchi di scuola si è soliti dire tra alunni: ripetere le cose a memoria senza conoscere la materia.
Cionondimeno queste aspirazioni all’eccellenza, se moderate, sono comunemente accettate e in qualche modo persino incoraggiate affinché chiunque sia spronato a dare il meglio di se stesso: nella vita, nei mestieri e nell’attività, professionali e intellettuali.
Tuttavia tali ambizioni sono da sconsigliare in metafisica, costituendo un obiettivo del tutto estraneo e incompatibile con l’intrinseca natura dei problemi con cui ci si deve cimentare.
Universalità degli studi filosofici.
Nonostante quanto detto finora, lo studio della filosofia, per quanto ostica possa apparire a qualcuno, non deve essere interdetta, né ostacolata, a nessuno perché ogni essere pensante, ha diritto di formarsi una propria visione personale della vita, del mondo, di se stesso e della realtà, comunque si voglia intendere, giacché l’essere razionale non può rinunciare a quest’aspetto fondamentale della sua stessa natura.
Sarò necessario semmai smettere di equiparare tutti i pensatori, a prescindere dalle attitudini personali e dalla cultura in loro possesso, perché così continuando, i problemi esistenti appariranno, ai meno esperti, sempre più difficili e insolvibili.
Infatti, una cosa è il puro insegnamento, attraverso cui si vengono a trasmettere le nozioni comunque apprese e su cui a buon diritto si è legittimati a pretendere di primeggiare; e altra cosa ancora, è l’avere guadagnato, fatte proprie, e arricchito queste nozioni apprese da altri con apporti variamene consistenti, oggetto dell’insegnamento.
Attitudini innate ed immodificabili.
Quando però le sane aspirazioni sono commiste a una spuria ambizione, di certo si produrrà ugualmente l’effetto di spronare se stessi verso le migliori prestazioni realizzabili, ma ciò non potrà giammai arricchire le potenzialità attitudinali, che la natura ha fornito a corredo di ciascuna personalità.
Insomma in filosofia, come del resto in altri settori, è necessario tenere distinto ciò che si è appreso e che rappresenta il patrimonio culturale di ogni persona, dalle attitudini naturali che comunque restano immodificabili, così come si può osservare nelle attività sportive, in cui le performance sono migliorabili, ma soltanto compatibilmente e conformemente alle disposizioni innate ricevute dalla natura: le prestazioni sono perfezionabili, ma i carismi no.
Forse, anche le attitudini sono in qualche modo potenziabili, però, se ciò accade, avviene con tanta lentezza da rendere evidenti i suoi risultati soltanto in un periodo eccessivamente lungo di tempo.
Voglio dire che avere guadagnato qualche carisma in vecchiaia, è certo un risultato ragguardevole, ma di minore importanza se fosse stato acquisito molto prima.
Con questo discorso non intendo affermare, com’è stato fatto in alcune culture e da alcuni uomini, che il filosofo sia da collocare su un gradino più in alto rispetto agli altri, perché credere nella propria superiorità, è comune a tutti gli uomini, indipendentemente dalla situazione reale, anche a causa dell’impossibilità di comprendere tale maggiore eccellenza proprio da parte di chi è meno dotato degli altri.
Infatti, l’autentico filosofo, proprie in virtù di quelle doti di “vocazione al sapere senza scopi, interessi e finalità precisi”, è indifferente a tale superiorità, mentre i meno dotati, studiosi o no di filosofia, credono di possedere questa particolare preminenza pur non essendo in grado di comprendere il loro stato di normalità o d’inferiorità proprio perché incapaci di accertarla: il più conosce il meno, ma non viceversa!
Tuttavia questa esaltata pretesa finisce con l’avere buon gioco qualora si venga a occupare una qualche posizione sociale preminente, rispetto agli altri.
Il mio suggerimento si limita a consigliare di moderare comunque le ambizioni, rinunciando a eccellere in campi in cui gli sforzi rimarrebbero senza risultati.
Ciononostante è possibile tuttavia riuscire sofisticamente a ingannare, nascondendo le proprie insufficienze con altre virtù possedute, come per es. la memoria, l’impegno, la volontà, che finisce con l’essere tanto importante sui banchi di scuola, sopperendo spesso all’autentico apprendimento, ecc.
Tornando al nostro argomento, si può accettare che si siano bravi ed eruditi professori, ma non per questo pretendere d’esprimere più di quanto le proprie naturali attitudini possano concedere, perché non è la professione ma il carisma, a forgiare il professionista; e di ciò se ne ha una prova già nell’antichità, quando allievi di rinomate scuole non siano stati capaci di emulare e di continuare l’opera del maestro, sebbene siano vissuti molti anni accanto a questi e abbiamo ascoltato direttamente la loro dottrina e l’arte della ricerca.
E questa situazione non cambia per il semplice fatto che la cultura sia diventata ai nostri giorni accessibile a tutti e l’istruzione resa obbligatoria fino a una certa età.
Frequentando con umiltà le aule accademiche (dico umilmente, perché la mia istruzione di base è tecnica) ho avuto modo di conoscere miriadi di studiosi (se non la quasi totalità), laureati e amanti della filosofia, che si affaccendavano nell’irrequieto tentativo di elevarsi al disopra della “massa”!
Che brutto termine “massa”!
Eppure senza di essa tanti studiosi di filosofia e no, non potrebbero esaltarsi al punto da ritenersi al disopra di tutti gli altri; atteggiamento del resto riscontrabile in tutti i settori, ma comunque disdicevole perché esso va a urtare sia con le attitudini mancanti e sia soprattutto con la natura stessa della ricerca speculativa, come abbiamo già spiegato sopra.
Mi riferisco in particolare a quegli studiosi, in frenetica ricerca di “visibilità”, proprio perché, per sua natura, la filosofia non la dona; né potrebbe giammai darla proprio in virtù della sua intima essenza; e così costoro inanellano sciocchezza dietro sciocchezza, riempiendo spesso scaffali di libri da loro scritti, che i pressappochisti comprano avidamente, pensando di attingervi la vera sapienza.
In quei libri però vi è solo l’odore della sapienza, impastata di nozionismo dozzinale di facile comprensione e quei prodotti sono preferiti più grazie all’efficace marketing che li accompagna piuttosto che per le loro intrinseche qualità. Certo non si può parlare di “nozionismo dozzinale di facile comprensione” riguardo a Kant e a Hegel, i quali per professione tendono al ricercato e all’incomprensibile, che è un palese segno di profondità culturale e di acuta genialità, che solo poche menti eccelse riescono a comprendere nella loro intima essenza.
In questo modo i soloni del sapere distribuiscono saccenteria e ciarlataneria a buon mercato, chi nelle Accademie e chi fra i comuni ambiziosi intellettuali, barattandola come autentica saggezza, con grande ammirazione dei loro “seguaci” lettori, che, attraverso quelle letture, credono a loro volta di elevarsi al disopra di qualunque altro “misero” mortale.
Questa lunga premessa mi è stata necessaria per puntualizzare che sia Kant come Hegel, non sono comparabili con i fondatori né dell’Accademia di Platone, né del liceo di Aristotele, né di nessun’altra scuola dell’antichità, ma essi sono due semplici professori stipendiati dallo Stato Prussiano. E, a mio parere, il conseguimento dell’abilitazione all’insegnamento accademico non ha apportato alcun accrescimento alle attitudini naturali, in loro possesso.
La ricerca filosofica deve essere coltivata soltanto da chi ha l’autentica vocazione a eseguirla senza scopi precipui, né di carriera, né di egemonia culturale, che sia estranea alla pura ricerca della sapienza e della verità.
Successi di Kant e di Hegel.
Epperò, quando tra questi autori di scritti filosofici vengono a trovarsi personaggi di ragguardevole e indubbia erudizione; maestri, che ogni allievo vorrebbe avere, sia come insegnante, sia come modello da imitare e da eguagliare culturalmente; e quando tra questi troviamo, per es. un Kant, il quale, stanco d’insegnare l’ormai insopportabile e, particolarmente dogmatica, dottrina filosofica di Christian Wolff, oppure un Hegel, la cui ambizione era pari ai successi che gli saranno elargiti generosamente e copiosamente dalla sua attività universitaria, allora dobbiamo ammettere con tutta sincerità che l’inganno diventa assai difficile da scovare e smascherare!
Com’è possibile dubitare dei massimi esponenti della cultura ufficiale del tempo?
E se si dubita di loro, dove si potrà mai cercare la vera sapienza?
Se poi questi professori, alle nozioni conosciute e da trasmettere, aggiungono qualche riflessione propria di un certo rilievo e d’indubbio spessore, allora i comuni mortali non hanno più scampo!
Altra dote a cui la filosofia non può rinunciare.
Oltre alle già denunciate situazioni, la filosofia non può accettare nemmeno come maestri, quei pensatori che, pur avendo mostrato pregevoli capacità, si sono in seguito dimostrati incapaci di risolvere problematiche dozzinali che l’ultimo degli uomini comuni affronta e supera con facilità.
E nemmeno si può continuare a sorvolare su questi aspetti d’imperfezione, che spesso vengono perfino a essere contrabbandati come profondi turbamenti d’animo, riservati alle sole anime più nobili e sensibili, le quali sarebbero le uniche in grado di percepirli nel loro più elevato valore esistenziale, giacché il loro pensiero è e rimane pur sempre inquinato da queste inadeguatezze connaturate: vedi Nietzsche, con la sua devastante malattia, Schopenhauer, col suo misoginismo e Kierkegaard, con l’assoluta incapacità a prendere decisioni esistenziali.
Ciò non significa che costoro non abbiano detto nulla di validamente speculativo, però occorre eseguire un attento vaglio per separare ciò che hanno detto da autentici pensatori, da ciò che invece hanno detto sotto l’influenza della loro connaturata insufficienza.
E così, pure riguardo agli indirizzi, come ad es. l’esistenzialismo, il nichilismo, lo scetticismo, il pensiero debole e qualunque altro orientamento, attraverso cui si finisce col gettare discredito sulle facoltà conoscitive, malgrado talora essi possano perfino rivelarsi fecondi, almeno come sprono, all’autentica ricerca; in ogni caso, però, essi devono essere attentamente esaminati per verificare fino a che punto il loro pensiero non sia stato inquinato da tendenze estranee e spurie alla vera natura dell’investigazione filosofica.
Infine, c’è da osservare che, dalla Rivoluzione francese in poi, in filosofia sono state agitate problematiche di varia tipologia, come quelle sociali, economiche, psicologiche, psicoanalitiche, linguistiche, logiche, antropomorfiche, evoluzionistiche, ecc. che sono certamente di sicuro d’interesse umano e sociale, ma non di certo conformi all’interesse precipuo dell’indagine filosofica, sempre per la ragione per cui queste ultime sono orientate a finalità precipue del tutto estranee al disinteresse che esige la filosofia.
Il fatto inoltre che la società fosse impreparata in quell’epoca ad affrontare i nuovi problemi che stavano emergendo prepotentemente nella struttura sociale e nella coscienza degli uomini, non è una ragione sufficiente per incolpare la metafisica, accusandola d’inadeguatezza o d’incapacità, come spesso è stato fatto e si continua a fare tuttora, con disprezzo di ogni argomentazione che non ceda il passo a queste urgenze immediate, improcrastinabili, da appagare prioritariamente ai fini della sopravvivenza dell’uomo sia come individuo e sia come società: i tempi della filosofia non coincidono con i tempi di coteste esigenze!
La rivoluzione industriale, ad es., ha generato disagi che hanno sconvolto le abitudini sociali e di costume d’intere comunità, per cui l’attardarsi in disamine metafisiche poteva senz’altro apparire come un’inutile perdita di tempo di fronte alle impellenze, assai più gravi, che la vita imponeva.
Importanza della filosofia
Tuttavia, riconosciuta la priorità a queste problematiche, non si può, né definitivamente, né provvisoriamente, voltare le spalle all’investigazione metafisica, che continua a esercitare il suo ben più importante compito, consistente innanzi tutto in quello di acquisire sempre nuove cognizioni e, in secondo luogo, nell’esaminare la validità e la legittimità del pensiero umano nel suo svolgimento.
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2° $ – L’indagine kantiana.
Inizio dell’indagine kantiana.
Ebbene la riflessione, da cui ha preso avvio la ricerca kantiana, è originata dallo sconcerto, con il conseguente disagio che da esso scaturiva, riguardante lo scetticismo della dottrina humiana.
In verità a questo c’è da aggiungere le insoddisfazioni sempre più crescenti, che la metafisica suscitava con le dottrine promosse dalla cultura dell’epoca e in particolare dall’atteggiamento eminentemente dogmatico della metafisica di Christian Wolff attraverso la psicologia razionale, la cosmologia e la teologia, che diverranno il bersaglio principale di tutto il criticismo trascendentale di Kant.
Questa è la sua riflessione originaria, e si potrebbe definire anche l’unica, che primieramente ed eminentemente ha angustiato Kant, “risvegliandolo“ dal quel sonno dogmatico in cui confessa d’essere vissuto inavvertitamente fin allora e di cui mostrerà la sua gratitudine a Hume per averlo risvegliato.
Il risultato si concreterà nel suggerimento, pervenutogli dalla cosiddetta “Rivoluzione copernicana”, in cui non sarà più il soggetto a regolarsi sull’oggetto ma l’inverso.
E fin qui si può dire che questo tema è sicuramente di natura metafisica, prendendo l’avvio dalle stesse riflessioni veramente filosofiche condotte dallo scetticismo inglese e da David Hume in particolare.
E la soluzione, di cui Kant si mette alla ricerca, almeno nelle sue intenzioni, dovrebbe essere altrettanto necessariamente e indubitabilmente di natura metafisica.
Fin qui, tutto è chiaro e non c’è nessuna obiezione da sollevare!
Obiettivi dell’indagine kantiana.
Tuttavia occorre osservare che Kant si pone due obiettivi primari:
à il primo, è di elaborare un criterio che accerti con sicurezza irrefutabile la validità di ogni filosofia passata, presente e futura, e,
à il secondo, è di avviare a soluzione lo scetticismo ereditato dalle indagini di Hume, il cui esito gli appare filosoficamente inaccettabile; motivo, per cui egli si sente in dovere di trovare una soluzione.
La soluzione che gli si presenta a portata di mono e che gli appare consona alla problematica che sta esaminando, sembra essere di natura analoga a quella già operata in astronomia da Niccolò Copernico; sicché sarà sufficiente tentare di ripetere la stessa operazione in metafisica.
Dottrina tolemaica.
Com’è noto, Niccolò Copernico aveva incontrato insuperabili difficoltà nella comprensione del movimento degli astri seguendo il modello elaborato nel II secolo d.C. dall’astronomo Claudio Tolomeo di Alessandria d’Egitto, il cui perno era costituito dalla centralità della Terra con “tutto l’esercito degli astri”([2]), che le girava intorno.
Di fronte a tali difficoltà, Copernico aveva pensato di capovolgere la prospettiva, ipotizzando che fosse lo spettatore a ruotare intorno agli astri; in particolare, intorno al sole.
In questo modo egli finisce con l’ottenere risultati davvero ragguardevoli che saranno confermati in pieno dalle osservazioni successive.
Cosa accadeva nel frattempo in filosofia?
Si noti che nello stesso periodo, come anche per molto tempo dopo, in filosofia si veniva insegnando che nell’atto conoscitivo fosse l’oggetto ad agire sul soggetto conoscente, imprimendo la sua essenza!
Ebbene, Kant trova un’analogia tra le due problematiche, astronomica e metafisica, e perciò si propone di ripetere un’analoga operazione per verificare se sia possibile uscire dalle angustie riscontrate, prospettando un’eventuale soluzione.
– La filosofia come non scienza –
Nel frattempo Kant si era lamentato che alla metafisica non era “sinora toccata la fortuna di potersi avviare per la via sicura della scienza”.([3])
E questa era una convinzione assai comune e diffusa, che continuerà anche con Hegel.
E Kant la riporta puntualmente:
<<Sinora si è ammesso che ogni nostra conoscenza dovesse regolarsi sugli oggetti; ma tutti i tentativi di stabilire intorno a esso qualche cosa “a priori”, per mezzo di concetti, con i quali si sarebbe potuto allargare la nostra conoscenza assumendo un tal presupposto, non riuscirono a nulla>>.([4])
Di fronte a queste difficoltà, che apparivano del tutto compatibili con quelle incontrate da Copernico in astronomia, Kant suggerisce:
<<Si faccia, dunque, finalmente la prova di vedere se saremo più fortunati nei problemi della metafisica facendo l’ipotesi che gli oggetti debbano regolarsi sulla nostra conoscenza: ciò che si accorda meglio con la desiderata possibilità d’una conoscenza “a priori”, che stabilisca qualcosa relativamente agli oggetti , prima che essi siano dati.>> ([5])
E giustifica in questo modo la sua proposta:
<<Qui è proprio come per la prima idea di Copernico; il quale, vedendo che non poteva spiegare i movimenti celesti ammettendo che tutto l’esercito degli astri ruotasse interno allo spettatore, cercò se non potesse riuscir meglio facendo girare l’osservatore e lasciando invece in riposo gli astri. Ora in metafisica si può vedere di fare un tentativo simile per ciò che riguarda l’intuizione degli oggetti. Se l’intuizione si deve regolare sulla natura degli oggetti, non vedo punto come si potrebbe saperne qualcosa a priori; se l’oggetto invece (in quanto oggetto del senso) si regola sulla natura della nostra facoltà intuitiva, mi posso benissimo rappresentare questa possibilità>>.([6])
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Sicché, allo stesso modo come in astronomia Copernico, avendo rilevato insormontabili difficoltà nella comprensione del movimento degli astri seguendo il metodo tolemaico che faceva ruotare gli astri intorno allo spettatore proponendo l’ipotesi inversa che fosse lo spettatore a girare intorno ad essi e in particolare intorno al sole, Kant pensa di tentare di ripetere lo stesso esperimento in filosofia, facendo regolare le cose sul soggetto conoscente in conformità alle leggi che governano il suo pensiero.
Grandezza di kant e Rivoluzione copernicana e soluzione proposta.
A questo punto è doveroso riconoscere a Kant il grande merito di ciò che egli denomina come “Rivoluzione copernicana”, che consiste nel capovolgere il rapporto tra soggetto conoscente (passivo) e oggetto conosciuto (attivo) e nel far regolare quest’ultimo sul primo e non più viceversa, invertendo i ruoli, contrariamente a com’era avvenuto fin allora in filosofia.
Quest’intuizione lo colloca di certo fra i più grandi pensatori di tutti i tempi e, di certo, a livello di Parmenide, Platone e Aristotele.
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Ciò tuttavia, contrariamente alla perspicacia con cui hanno continuato a operare questi tre grandi del passato, dalla sublimità dell’intuizione guadagnata, Kant precipita in una soluzione veramente di scarso pregio, probabilmente a causa di un pregiudizio dell’epoca.
Infatti, diversamente da quanto si fosse potuto immaginare, Kant non si pone alla ricerca di nuove soluzioni che si potessero rivelare adeguate alla natura dell’intuizione acquisita, ma ripiega nelle dottrine già esistenti, con cui, già da diverso tempo anche altri pensatori si erano cimentati, sia pure scegliendo unilateralmente una delle scelte possibili: il razionalismo o l’empirismo.
Tant’è che può sorgere perfino il dubbio che Kant non abbia realmente compreso l’effettiva portata della sua intuizione.
In un certo senso si potrebbe finanche supporre l’ipotesi che egli voglia e che, in qualche modo, riesca, a conciliare il dualismo fin allora esistente tra razionalismo ed empirismo, proprio attraverso il concetto stesso di conoscenza la quale si realizza, esclusivamente, mediante l’unificazione del concetto intellettivo con l’intuizione empirica.
Sembra, infatti, che Kant proponga, attraverso la logica trascendentale, un superamento del dualismo filosofico, unificando il razionalismo con l’empirismo attraverso la rivalutazione degli apporti paritari d’entrambe le facoltà nella costruzione della conoscenza.
Per Kant, infatti, il concetto razionale, senza contenuto empirico, è vuoto e, comunque, dà luogo, se sviluppato, a conoscenze illusorie, a fantasmi ideologici; e, in pari tempo, le intuizioni empiriche, senza il concetto razionale, sono cieche; per cui solo con il loro mutuo concorso si può ottenere la vera conoscenza.
La sua proposta decisiva si concreta perciò nella seguente radicale e definitiva ammissione:
<<La nostra conoscenza scaturisce da due fonti principali dello spirito, delle quali la prima è la facoltà di ricevere rappresentazioni (la ricettività delle impressioni), la seconda quella di conoscere un oggetto mediante queste rappresentazioni (spontaneità dei concetti).
Per la prima, un oggetto c’è dato; per la seconda, esso è pensato in rapporto con quella rappresentazione (come semplice determinazione dello spirito).
Intuizione e concetti costituiscono, dunque, gli elementi di ogni nostra conoscenza; per modo che, né concetti, senza che a loro corrisponda in qualche modo un’intuizione.
Né l’intuizione senza concetti può darci una conoscenza.
Entrambi sono puri o empirici>>.([7])
Esisterebbe perciò questa confluenza nell’unitarietà della conoscenza, in cui, una, è costituita dall’apporto concettuale e, l’altra, da quello empirico; quasi come due emissari che s’immettono nel fiume; oppure, come un lago, che si forma attraverso la congiunzione di due costituenti eterogenei: l’apporto del fiume e l’invaso che raccoglie le sue acque.
Sicché, mentre in passato era il soggetto a regolarsi sull’oggetto, adesso sarà quest’ultimo a doversi regolare sul primo.
Soluzione inadeguata proposta da Kant.
Appare tuttavia chiaro che Kant abbia, sì, intuito il problema metafisico, ma che altresì egli sia sprovvisto, né abbia mai compreso, quale fosse la soluzione veramente confacente al suo guadagno.
C’è difatti da osservare che, contrariamente a quanto ci si potesse ragionevolmente aspettare, egli non si pone alla ricerca di una soluzione attraverso un riesame meticoloso dell’intera analisi filosofica fin allora condotta, ma piuttosto si affida a un processo, che definirei quasi meccanicistico, consistente nello spostamento dell’azione, che l’atto conoscitivo richiede, dall’oggetto (stavolta passivo) al soggetto (divenuto attivo), con la stessa semplicità con cui aveva operato in astronomia Copernico.
Questa era di certo l’intuizione originaria! Però essa richiedeva un profondo ripensamento delle basi filosofiche su cui fin allora si era creduto in modo dogmatico, la cui soluzione tuttavia non poteva consistere in una pura inversione dei ruoli e cercando tra le vecchie idee e metodologie esistenti.
Non si trattava, in altre parole, di capovolgere il moto degli astri, mantenendo fermo tutto i principi e le regole già conosciute, ma di ripensare gli stessi fondamenti del pensiero secondo la nuova prospettiva che era stata semplicemente intuita.
Era necessario prospettare una nuova dottrina, completamente al di fuori e del tutto indipendente da quella esistente; non un semplice rimaneggiamento, ma una nuova riproposizione dell’intero problema gnoseologico.
Comunque sia, Kant dichiara esplicitamente che, per saggiare la validità di questa sua ipotesi, non resta che procedere per tentativi, nella speranza di eguagliare la sorte toccata a Copernico e di ottenere fortunosamente gli stessi lusinghieri risultati.
Ripeto, perciò, che Kant passa all’esortazione:
<<Si faccia, dunque, finalmente la prova di vedere se saremo più fortunati nei problemi della metafisica,… > >.([8])
In questo modo il buon esito della “Rivoluzione copernicana” sarà affidato a prove, con i criteri già noti, che dovranno stabilirne l’efficacia e la validità, sperando di ottenere gli esiti desiderati com’era accaduto a Niccolò Copernico.
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La soluzione che Kant suggerisce per la sua “Rivoluzione copernicana”, come risposta allo scetticismo humiano e il dogmatismo wolffiano, si può riassumere in queste sue poche righe:
<<In qualunque modo e con qualunque mezzo una conoscenza si riferisca a oggetti, quel modo, tuttavia, per cui tale riferimento avviene immediatamente e che ogni pensiero abbia di mira come mezzo, è l’intuizione.
Ma questa ha luogo soltanto a condizione che l’oggetto ci sia dato; e questo, a sua volta, è possibile, almeno per noi uomini solo in quanto modifichi in certo modo lo spirito>>.([9])
In altre parole essa si risolve nella chiara distinzione tra funzioni principali del conoscere umano, in particolare due, che erano già state in precedenza individuate e variamente maneggiate:
<<Pensare un oggetto e conoscere un oggetto, non è dunque la stessa cosa.
La conoscenza comprende due punti: in primo luogo, un concetto per cui, in generale, un oggetto è pensato (la categoria), e, in secondo luogo, l’intuizione, onde esso (oggetto) è dato; giacché, se al concetto non potesse esser data un’intuizione corrispondente, esso, per la forma, sarebbe un pensiero, ma senza alcun oggetto, e per mezzo di esso non sarebbe punto possibile la conoscenza di una qualsiasi cosa; poiché, per quanto io ne saprei, non vi sarebbe, né potrebbe esservi alcunché, a cui poter applicare il mio pensiero. Ora, ogni nostra possibile intuizione è sensibile (Estetica); il pensiero dunque di un oggetto, in generale, mediante un concetto puro dell’intelletto, può in noi diventare conoscenza solo in quanto questo concetto è messo in relazione con oggetti dei sensi>>. ([10])
Difficoltà imprevista nella ripetizione dell’operazione copernicana.
Operazione perciò che, contrariamente a quella eseguita da Copernico, si doveva sorprendentemente rivelare assai più complessa e più difficile da eseguire rispetto a ogni previsione.
Conclusione della riflessione kantiana.
Le speranze suscitate dal “risveglio dal sonno dogmatico”, che avrebbe dovuto capovolgere ogni prospettiva, spalancando le porte a una visione e a orizzonti filosofici nuovi, si esauriscono in un meccanico spostamento dell’azione, insita nell’atto conoscitivo, dall’oggetto al soggetto, con il risultato indubitabile di distruggere la metafisica esistente senza tuttavia proporne alcun’altra in sostituzione.
La contrapposizione tra razionalismo ed empirismo, che a un giudizio superficiale, di fatto, viene a essere risolto, in realtà finisce in un’artificiosa e inaccettabile soluzione, i cui principi, che si concretano nella dottrina trascendentale, non possiedono maggior valore della dottrina dogmatica precedente.
Dico artificiosa, perché la soluzione proposta per saldare tale dualismo tra i concetti puri dell’intelletto e le intuizioni sensibili, affatto diverse tra loro, non convince nessuno.
Inoltre, la convinzione nell’esistenza di due fonti da cui scaturirebbe la conoscenza umana, è accettabile soltanto in via ipotetica, se non in via del tutto arbitraria, giacché, nonostante il considerevole impegno profuso, non riesce a fornire una prova convincente della sua validità; o quantomeno, che la loro affermazione e negazione non si equivalgano; proprio allo stesso modo come la critica kantiana accusa di dogmatismo la metafisica passata, in particolare, nel suo caso, quella wolffiana.([11])
Così termina la riflessione di Kant e si può dire che questo sia l’autenticamente analisi filosofica che gli si possa attribuire e condividere!
Il livello della speculazione kantiana.
Infatti, tutto quello che verrà dopo, si può definire filosofia solo perché è stato pensato e scritto da un professore che svolgeva le mansioni professionali in una facoltà accademica di filosofia!
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3° $ – La materia aristotelica e la cosa in sé kantiana.
Irresoluzione della problematica kantiana.
Material aristotelica.
Aporie, paradossi, antinomie, contraddizioni.
Ritengo infine di poco conto dilungarmi in una capziosa polemica per cercare di capire quanto abbia influito sulla soluzione della sua problematica il metodo sperimentale, la rivoluzione astronomica copernicana o entrambi di concerto; oppure se sia interamente da attribuire alla sua esclusiva genialità personale di pensatore.
Di certo si sa che, né Kant, né altri, sono riusciti finora a sciogliere le astrusità di questo genuino problema filosofico che va sotto il nome di “risveglio dal sonno dogmatico” e che genera l’inconoscibi-lità della “cosa in sé”.
Difatti Kant finisce, con il proporre una soluzione del tutto inaccettabile, come si può leggere qui sotto, sicché questa problematica segnerà profondamente tutta la ricerca e la cultura filosofica successiva senza però sfociare in una risposta adeguata fino ai nostri giorni:
<<Tuttavia, e questo deve essere ben notato, in tutto ciò si deve far sempre questa riserva: che noi dobbiamo poter pensare gli oggetti stessi anche come cose in sé, sebbene non possiamo conoscerli.([12])
Attenzione, adesso! Soffermiamoci a riflettere con tutta la dovuta attenzione su questa proposizione.
Credo che non possa sfuggire a nessuna scrupolosa osservazione, che Kant, parlando della cosa in sé, stia difatti esprimendo lo stesso concetto aristotelico di principio materiale il quale, insieme con quello formale, produce l’oggetto della conoscenza. Come si ricorderà essi sono le <<cause>> intrinseche alla cosa, di cui esse sono causa.
Nel libro XII Aristotele inoltre aggiunge che concretamente e individualmente esse sono diverse nelle singole cose differenti (le cause dell’uomo non sono le stesse di una statua o di un tavolo), mentre dal punto di vista analogico sono le stesse per tutte le cose (anche se concretamente e individualmente diverse l’uomo, la statua e il mobile hanno sia una causa materiale, sia una formale). E per di più c’è da aggiungere che è impensabile l’una sia separata l’altra.
Allora quest’impensabilità della materia aristotelica non coincide, anche secondo voi, con quella della stessa della cosa in sé kantiana?
Inoltre Aristotele astrae la forma e la materia già da ogni singola cosa.
L’unica divergenza tra Aristotele e Kant consiste perciò nella diversa localizzazione dei due principi: il primo, li pone entrambi in ogni singola cosa, il secondo, invece, pone quello formale nell’intelletto e quello materiale al di fuori di esso (nel senso); ma con una caratteristica fondamentale: entrambi i due principi aristotelici hanno indubbiamente una natura obiettiva, svincolata perciò da qualunque elemento di subiettività, mentre Kant, ponendo l’elemento formale nel soggetto, finisce coll’imporre al pensiero un certo contenuto relativistico.
Ebbene, se ciò corrisponde a verità, la deduzione trascendentale con tutta la sua sequela di astruse figure da comprendere si rende necessaria soltanto per sostenere l’ipotesi kantiana, mentre perde ogni valore per la dottrina aristotelica, che invero rende inutili tutte le fumose argomentazioni addotte da Kant perché l’unitarietà della conoscenza, rispetto al dualismo, è stata da sempre la più ricercata dall’uomo per credibilità e accettabilità.
La ragione per cui la conoscenza rivendica sempre quest’esigenza dell’unitarietà, può essere spiegata più o non diffusamente, tuttavia la conclusione non può essere che essa è una pretesa che si presenta in continuazione in ogni svolgimento del sapere, dalla semplice proposizione grammaticale all’arché, come principio che tutto include e da cui tutto proviene. Infatti, è assai più semplice concepire il tutto indiviso piuttosto che parti separate e non unificabili; queste ultime sono ripugnanti alla ragione umana!
Tutte le argomentazioni umane partono e non perdono mai di vista l’unitarietà concettuale oppure partono dalla sua totalità per procedere verso la sua scomposizione!
Questi errori li ritroviamo in tutto lo svolgimento del pensiero umano e diventano maggiormente evidenti proprio nelle argomentazioni logiche, dando luogo ad aporie, paradossi, antinomie e contraddizioni, ecc.
L’inutile proposta risolutiva kantiana.
Se è vero che Kant sia partito da una problematica veramente filosofica, tutta la sua trattazione successiva, ammesso che non si voglia ignorare per pura curiosità intellettuale, è da cacciare nel cestino dei rifiuti perché, nello svolgimento della sua argomentazione e nella loro proposta della soluzione, Kant finisce col sollevare più problemi di quanti intende risolverne.
Infatti, si potrebbe dire che siano davvero eccessivi e inaccettabili i troppi interventi da lui richiesti al “Deus ex machina” per sostenere l’insostenibile della sua ipotesi criticistica.
In modo scherzoso si potrebbe aggiungere: Kant ha lanciato il sasso e nascosto la mano; per non dire che ha posto il problema, ma che non è stato in grado di risolvere giacché la soluzione proposta non era adeguata.
Qualche burlone, pensatore posteriore, ha avuto persino l’ardire di sostenere che l’importanza della filosofia consista più nel sollevare i problemi che nel risolverli.
Ferita inferta da Kant alla metafisica.
Tuttavia nella cultura dell’epoca, e fino ai nostri giorni, resta una profonda e dolorosa ferita nella metafisica a causa del suo criticismo che sfocia nei paralogismi e nelle antinomie logiche, con le quali Kant pone sullo stesso piano, affermazioni e negazioni; sicché credere, o no, all’anima, alla natura e a Dio, si equivalgono perfettamente: ragionamento d’indubbia validità da un punto di vista logico ma cionondimeno di altrettanta indubbia unilateralità dal punto di vista filosofico, oltre che sul piano della conoscenza speculativa, in generale.
Problemi irrisolti da Kant.
Questa profonda lacerazione inferta a tutta la metafisica anteriore e posteriore, è determinata:
à in primo luogo, dalla mancata risposta al problema dell’inconoscibilità della “cosa in sé”;
à in secondo luogo, dall’insoluta questione suscitata dal “dubbio dogmatico circa l’esistenza di un mondo esterno al soggetto”;
à e infine, dalla permanente e confusa commistione tra argomenti logici (logica trascendentale) e quelli autenticamente metafisici.
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Soluzione impropria proposta da Kant.
Infatti, si può arguire che lo strumento, di cui Kant si avvale per raggiungere il suo obiettivo, si riveli, a mio parere, del tutto inappropriato allo scopo!
E questo vale, sia per Kant e sia per Hegel, il quale, a mio parere, ne è un fedelissimo seguace, almeno per quanto riguarda l’impostazione e la fede nella medesima metodologia, che si basa sulla logica, la quale deve essere intesa come scienza speculativa, anche se entrambi questi filosofi possano apparire assai diversi tra loro, per quanto riguarda le motivazioni personali che danno alle loro convinzioni filosofiche.
In realtà l’influenza che Kant ha esercitato su Hegel è molto più profonda di quanto Hegel possa ammettere, o ad altri seguaci di quest’ultimo, apparire, a causa delle critiche apparentemente radicali, rivolte da Hegel alla dottrina kantiana.
Anzi si può aggiungere che, a mio parere, Hegel, malgrado fosse sprovvisto di autentiche attitudini naturali alla speculazione, compensata però da una cultura filosofica vasta e ragguardevole, ciononostante comprende molto bene quanto siano inaccettabili le conclusioni alle quali è pervenuto Kant giacché, di fatto, questi ha distrutto la metafisica.
E, in proposito osserva:
La dottrina exoterica della filosofia kantiana, – che cioè l’intelletto non possa oltrepassare l’esperienza giacché altrimenti la facoltà conoscitiva si muterebbe in quella ragione teoretica che di per sé non metterebbe al mondo altro anche sogni, ha giustificato, dal punto di vista scientifico, la rinuncia al pensare speculativo.([13])
Inoltre aggiunge, confutando poi puntualmente le soluzioni prospettate da Kant, come sia inconcepibile:
“il singolare spettacolo di un popolo civile senza metafisica, – simile a un tempio, riccamente ornato ma privo di santuario”.([14])
Tuttavia tali confutazioni si limitano superficialmente alla semplice negazione delle parti non accettabili della dottrina kantiana, senza incidere minimamente sulla sostanza delle argomentazioni, sia nel senso di sanare le eventuali manchevolezze, sia nel senso di vanificarle definitivamente.
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Svolta kantiana nella logica. – AAAA???
Kant non lo dice espressamente! E, forse, questo suo metodo logico di condurre la ricerca sarà apparso ai suoi stessi occhi come la scoperta di una nuova metodologia, non dissimile, ma cionondimeno di maggior pregio, rispetto alla maieutica socratica o alla dialettica platonica o al metodo empirico aristotelico o a quello sperimentale galileiano.
Inoltre, c’è da osservare che, mentre per il passato gli strumenti di ricerca filosofici (maieutica, dialettica, ecc.) erano serviti per guadagnare nuove idee, con la logica trascendentale, non solo non ci si arricchisce di nessun nuovo apporto concettuale teoretico, tranne ovviamente di quelli definiti “arbitrariamente” come logici, (perché di vera “scienza della logica” non c’è proprio nulla!) che si sostanziano in una consequenzialità che scaturisce dai legami intrinseci ai concetti in esame, i quali, sia Kant e sia Hegel, elaboreranno all’occorrenza con ammirevole impegno (come tutti possono costatare leggendo le loro opere) a supporto e giustificazione delle loro argomentazioni, di scarso profilo metafisico.
Buona fede kantiana!
Tuttavia, perché è senza dubbio vero! Bisogna riconoscere la sua buona fede e onestà intellettuale dacché Kant non ha inteso certamente ingannare deliberatamente nessuno. Cionondimeno egli finisce, di fatto, con apparire come lo spacciatore di un procedimento, puramente ed eminentemente, di logica, in un’autentica dottrina metafisica speculativa! E così sarà inteso, da Hegel nella sua dialettica speculativa! E questo è il vero abbaglio!
Mistificazione kantiana – fraintendimento con i lettori.
Occorre ancora notare che sia io (tanto per dire, sempre e solo, gli altri!) e sia tutti gli studiosi di filosofia, incominciando dai suoi contemporanei e includendovi i tre grandi idealisti, abbiamo avuto la convinzione di leggere un autentico trattato di metafisica nella Critica della Ragion Pura: e ciò può essere facilmente riscontrato in quasi tutti gli studiosi contemporanei e posteriori a Kant stesso.
E qui sorge la grandissima e imperdonabile incomprensione avvenuta tra Kant e tutti i suoi studiosi, perché, quando io mi sbaglio a interpretare qualcuno, non posso accusare costui di avermi ingannato, ma per onestà devo dire che sono stato io a fraintenderlo.
Insomma, se gli adepti hanno pensato di leggere una genuina dottrina filosofica nella Critica della ragion pura, pensata e formulata da un genio dell’Illuminismo, il quale, come aveva fatto in precedenza Cartesio rifiutando tutta la filosofia precedente, mentre Kant si limita a dimostrare la sua inconsistenza, questa colpa non è da imputare a Kant ma ai suoi seguaci lettori i quali probabilmente non aspettavano altro per buttare all’aria tutta la vecchia cultura metafisica, ribellandosi alla cultura in auge, prevalentemente dogmatica, come aveva denunciato Kant ed altri, tra cui lo stesso Hegel.
Se poi ci si chiede come e perché ciò sia potuto accadere, è difficile fornire una risposta definitiva, che solo uno storico potrebbe arrischiare affrontarlo adeguatamente.
Probabilmente però si era già in precedenza prodotta una certa insofferenza verso la cultura dominante, soprattutto a causa della sua immutabilità oltre il limite della tollerabilità; inoltre, ogni uomo cerca di apprendere ciò che gli occorre per la realtà che sta vivendo; per cui, di fronte ad argomenti ormai datati, trova insopportabile imparare cose di cui non saprà mai che farsene.
È vero che la filosofia pretende di parlare un linguaggio che oltrepassi ogni temporalità e spazialità, com’è altrettanto vero che ci sono nozioni che non tramontano mai; tuttavia spesso il presente mostra differenze e incalza con esigenze non facili da rapportare al pensiero delle epoche passate e si rende preferibile riprendere d’accapo l’intera argomentazione.
L’errore del fraintendimento, che io ho denunciato, può anche dipendere dal fatto che il lettore si pone per lo più in una posizione di sudditanza rispetto all’autore, supponendo che, se quest’ultimo ha scritto quello che egli ha letto, avrà avuto buone ragioni per farlo di cui non si può dubitare, oltre alla competenza necessaria per farlo.
Infine non è da trascurare l’impegno che il lettore deve profondere nell’intelligenza del testo, il quale, quanto più è complesso e di non facile e immediata comprensione, tanto più viene a essere dissuaso dall’intraprendere una critica per il timore di non essere all’altezza per farlo.
Ai tempi nostri sappiamo che ciò non è vero! Tuttavia è un fenomeno sociale che continua ad accadere ancora; infatti, ci si può chiedere: quanti lettori azzardano una critica incisiva o radicale a un testo, che essi hanno letto solo perché era sulla cresta dell’onda? Quanti pamphlets e scritti sovversivo-scandalistici sono voracemente letti come ultimi ritrovati della scienza e della verità, quando in realtà sono, soltanto, letture alla moda e che hanno il pregio di raccontare al lettore ciò che costui smania di sentirsi dire? Inoltre, chi mai si sarebbe sentito in grado di controbattere all’analisi rigorosa che Kant aveva condotto nella sua Critica e per di più usando una terminologia discretamente nuova con concetti di non immediata, se non addirittura, oscura comprensione? E inoltre Kant ha tentato di mostrare (non so in quanti siano riusciti a intenderlo rettamente) che la metafisica non ha imbastito che sogni e chimere, cui nessuno non ha potuto sottrarsi a causa della sua stessa natura umana che gliel’ha richiesto.
Incomprensione fra Kant e i suoi lettori.
Chiudiamo così l’argomento, dicendo sommariamente che la Critica è stata letta e studiata come testo di filosofia mentre esso è essenzialmente e dichiaratamente un testo di logica, con il risultato di eludere, in primo luogo, una critica filosofica perché si trattava di logica, e, in secondo luogo, un’analisi di validità logica perché si trattava di metafisica.
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4° $ – Critica al pensiero filosofico di Kant.
Critica alla metafisica kantiana.
Orbene i rilievi che si possono e si devono fare al pensiero kantiano, sono che dal punto di vista metafisico esso consiste in un dualismo circa le due fonti da cui proverrebbe la nostra conoscenza; questo, altro non è, che una premessa ideologica e dogmatica non da meno da quella precedente, che supponeva l’esistenza di un mondo esterno i cui oggetti, agendo sul soggetto, imprimevano la loro specie conoscitiva; inoltre c’è da considerare che, mentre la precedente spiegava molto bene il processo gnoseologico, quella kantiana si avvale di argomentazioni sicuramente inaccettabili, perché si deve convenire necessariamente, come del resto egli stesso esige, sull’esistenza di una “cosa in sé anche se inconoscibile”; in pari tempo, da un punto di vista logico, Kant dà alla sua trattazione la tipica struttura della ripartizione logica, seguendo le tradizionali scansioni: concetto, giudizio, sillogismi; tuttavia egli si limita all’impostazione logica della sua argomentazione ma non apporta alcunché riguardo allo sviluppo di questa disciplina, contrariamente a quanto sosterrà Hegel, il quale si attribuirà lo sviluppo della dialettica, anch’egli nondimeno senza procurare alcun nuovo guadagno ma servendosi semplicemente delle nozioni già esistenti di cui mostra un’invidiabile conoscenza e padronanza.
Di certo gli studiosi di entrambi avranno senz’altro da ridire circa questo mio discredito a due personaggi che hanno dominato la cultura; ciononostante io non intendo negare il grande e faticoso impegno che entrambi hanno profuso nel loro lavoro, perché in realtà la mole delle loro elaborazioni è veramente considerevole; piuttosto dico più semplicemente che il frutto della loro attività non è stato per nulla adeguato alla loro fatica e che il raccolto non va aldilà di poche briciole di scarso valore.
Da un punto di vista logico, perciò tutta la dottrina di Kant e di Hegel non apporta alcunché agli studi logici, ma si limita a ricalcare, nel suo incedere, ovviamente con qualche minima variazione, gli schemi tradizionali della logica, così com’essa viene comunemente suddivisa: nell’analitica dei concetti, in quella dei principi (giudizi) e nelle argomentazioni dialettiche (raziocinii).
Infatti, la logica tradizionale partiva dalle tre operazioni fondamentali della mente per distinguere la semplice apprensione dei concetti, dal giudizio e per terminare col ragionamento (raziocinii); e la materia, che viene a essere esaminata e sviluppata da Kant, è il suo presunto trascendentalismo (per Hegel è la sua presunta dialettica), che diviene la premessa di ogni argomentazione, ripetuta fino allo sfinimento, in tutta la sua opera.
La conclusione delle sue premesse, consistono nel distinguere le conoscenze in valide e non, legittime e illegittime, attraverso argomentazioni, sì, coerenti con le premesse a lui care. Nulla più!
Riguardo alla metafisica, infine, cui come lui stesso riconosce di non ha apportato alcun nuovo guadagno ma tutto si risolve nella pura invalidazione di quella esistente, egli spera, come espresso esplicitamente senza fare alcun tentativo, che non sia estirpata dalle radici e che quella che seguirà dal suo criticismo possa fondarsi su basi scientifiche.
Per terminare non poteva mancare l’augurio per l’ennesima riproposizione di una nuova metafisica:
<<Basta solo un po’ di abnegazione per rinunciare a tutte queste pretese, visto, che le innegabili, e – nel procedimento dogmatico – inevitabili contraddizioni della ragione con se stessa hanno privato già da molto tempo la metafisica della sua reputazione. Sarà però necessaria molta fermezza perché la difficoltà interna e la resistenza esterna, non ci distolgano dal promuovere una buona volta la crescita rigogliosa e fruttuosa d’una scienza indispensabile alla ragione umana, facendo ricorso ad un procedimento opposto a quello finora impiegato; una scienza dalla quale si potranno, sì, recidere i rami finora spuntati, ma di cui non si potranno mai svellere le radici>>.([15])
E qui sembra leggere Hegel, che mi appare perfino molto più legittimato di Kant, nel dichiarare l’inaccettabilità dello spettacolo di un popolo civile (Kant parla di “natura umana”) senza metafisica.
Infatti, non capisco come proprio Kant possa pretendere una rifondazione della metafisica, quando ha escluso che ci possa essere un autentico sapere che prescinda dai dati dell’esperienza.
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5° $ – Invalidazione della 2° navigazione di Platone.
Kant e la 2° navigazione di Platone.
Probabilmente l’ideale kantiano vagheggiava ripercorrere a ritroso il viaggio fatto da Platone con i guadagni della seconda navigazione e rivalutare le indagini del metodo naturalistico per cercare di nuovo nella natura (ammesso che l’obiettivo della metafisica fosse stato ancora quello dell’arché, del principio primo, dell’assoluto) qualche elemento della natura stessa (o della sensibilità), che probabilmente fosse sfuggito a questi primordiali ricercatori del reale e del vero.
Inspiegabilmente per noi, Kant torna più volte sul tema dell’irrinunciabilità alla metafisica per l’uomo; sebbene, pur tuttavia, egli continua impassibile nella sua opera di demolizione di quella che esisteva, quando invece, al suo posto, io avrei preferito abbandonare le sue elucubrazioni per dedicarmi a una più proficua correzione del pensiero metafisico, divenuto o apparso difettosamente inaccettabile, a causa del quale non era più gradito né alla cultura, né agli studiosi dell’epoca.
Di certo, con il suo criticismo, Kant ha invalidato le radici stesse delle precedenti conquiste filosofiche, gettando un angoscioso dubbio sull’intera capacità conoscitiva dell’uomo.
In qualche modo Hegel cercherà di porre rimedio, recuperando tutto ciò che era possibile dall’annientamento scaturito, sia dalle presupposti, sia dalle inferenze del criticistiche kantiano.
Tuttavia l’impegno profuso da Hegel non sortisce gli esiti desiderati, perché egli non ha avuto la capacità di riportare la metafisica al centro dell’indagine filosofica, ma anzi è finito, seguendo l’itinerario tracciato e completando l’opera iniziata e le intenzioni più volte ribadite da Kant, con l’identificare la logica con la metafisica, distinguendosi da quest’ultimo per l’intenzione di fondare la dialettica speculativa; una logica contenutistica e diveniristica, che in realtà è riuscito soltanto ad abbozzare in grandi linee ma non a mostrare concretamente, né nella sua esposizione ideologica, né nella sua applicazione pratica.
La conclusione tuttavia è questa: Kant non ha ingannato nessuno, e nemmeno il suo esaltato ammiratore, Hegel; il quale, affascinato dal clamore suscitato dal criticismo kantiano, ha cercato di seguirne le orme con la conclusione, però, che la dottrina kantiana è sopravvissuta alla sua morte fisica, mentre quella hegeliana è sopravvissuta soltanto, più grazie alle contingenti fortune storiche piuttosto che per la solidità del pensiero espresso.
Nessun guadagno dall’indagine kantiana.
Inoltre non deve stupire che dal criticismo non sia scaturito nessun nuovo guadagno filosofico, perché molto onestamente Kant dichiara esplicitamente quale sia il reale scopo perseguito dalla sua Critica della ragion pura:
<<Questa ricerca, che non possiamo propriamente chiamare DOTTRINA, ma solo CRITICA TRASCENDENTALE, poiché non mira allargamento delle conoscenze stesse, ma soltanto allo loro rettificazione, e ci deve dare la pietra di paragone del valore e della vanità di tutte le circostanze a priori, è ciò di cui ci occupiamo>>. ([16])
Pertanto l’intento di Kant, per quanto incomprensibile possa apparire, non è di produrre una dottrina filosofica, ma semplicemente di ricercare un criterio per rispondere, ad es., alla domanda:
<<COM’È POSSIBILE LA METAFISICA COME SCIENZA?
LA CRITICA DELLA RAGIONE, dunque, conduce, alla fine, necessariamente alla SCIENZA;
L’USO DOMMATICO, invece di essa senza critica ad AFFERMAZIONI PRIVE di FONDAMENTO, alle quali si potrà sempre contrapporne altre, ugualmente verosimili, e però allo scetticismo>>.([17])
Indubbiamente il dogmatismo, che si era andato affermando nel corso degli anni in metafisica, aveva suscitato sempre maggiori insofferenze da parte degli studiosi e un netto rifiuto da parte dell’autentica ricerca filosofica.
Da quanto riportato sopra, non bisogna perciò meravigliarsi che la critica non apporterà nulla d’innovativo, tranne un’attenta riflessione, forse mai tentata prima, per individuare i criteri per giudicare la validità, o meno, delle dottrine passate e future. Infatti, sarà da Kant in poi che in filosofia ci si porrà il quesito della validità del pensiero umano!
Tuttavia c’è da osservare che gli strumenti utilizzati, sono quegli stessi già elaborati dal pensiero precedente e, di fatto, facente già parte dal patrimonio culturale della società occidentale:
<<La conoscenza umana scaturisce da due fonti principali dello spirito, la prima delle quali è la facoltà di ricevere rappresentazioni (la recettività delle impressioni) e la seconda, quella di conoscere un oggetto mediante queste rappresentazioni (spontaneità dei concetti. Per la prima, un oggetto c’è dato; per la seconda, esso è pensato in rapporto con quella rappresentazione (come semplice determinazione dello spirito)>>.([18])
Per raggiungere il suo obiettivo e per legittimare le sue convinzioni, Kant perciò si affida a un’a-nalisi meramente logica (trascendentale), le cui basi sono costituite dal dualismo delle fonti originarie del sapere: l’intelletto e il senso, e il cui svolgimento si snoda seguendo la ripartizione tradizionale della logica esistente.
Valorizzazione della logica, come verità indiscussa fino alla sua epoca.
In verità si potrebbe aggiungere che Kant, come tutti gli altri pensatori antecedenti, abbia utilizzato la comune coerenza razionale nel condurre le proprie argomentazioni.
Quest’ipotesi è riduttiva rispetto ai suoi dichiarati intendimenti, che erano di mostrare infondate le principali dottrine metafisiche giunte fino a lui, proprio seguendo la logica tradizionale, che egli rivede in senso trascendentale, ma la cui validità era al disopra d’ogni dubbio essendo rimasta, a suo stesso dire, immutata perché definitivamente compiuta, fin dai tempi di Aristotele; risultato che egli pensa di aver raggiunto attraverso le inferenze logiche dell’impostazione dottrinale: la dualità delle fonti della conoscenza.
Ciononostante tale conclusione sembra mettere in imbarazzo lo stesso Kant, facendolo apparire perfino riluttante ad accettarla, ma cui di certo non poteva contrapporsi senza rinnegare tutto il lavoro già svolto.
Ed è proprio con Kant che, per la prima volta, la logica diviene il metodo scientifico d’eccellenza al fine di garantire l’incontestabile verità del pensiero nel processo speculativo; convinzione che si esaurirà con il positivismo logico, che tenterà invano di logicizzare l’intero sapere umano.
Sia Kant, sia Hegel, sarà guidato da un dogmatismo, riguardo alla necessità del carattere scientifico del procedere filosofico, per certi versi perfino inspiegabile, anche se già riscontrabile in altri pensatori precedenti.
È sicuramente questa pretesa di condurre la speculazione filosofica sul piano della sicurezza scientifica, che assumerà l’aspetto di una “fede cieca”, in cui anche Marx crederà ciecamente nell’elaborazione della sua dottrina, volta alla rivendicazione dei diritti dei più deboli; problematica scaturita dai rivolgimenti socio-economici della Rivoluzione industriale e sostenuti dagli ideali della Rivoluzione francese.
Unità tra concetto, segno e logica.
C’è ancora da osservare che sia la logica, sia la linguistica (meglio parlare di “segno”), come sarà osservato in seguito in filosofia, appare connaturata al pensiero al punto che non si possa dare l’uno senza l’altro; e finanche da sembrare impossibile che si possa concepire ed esprimere alcun pensiero senza di esse. In altre parole si pensa un contenuto del pensiero legato a un segno, all’interno di una struttura rigorosamente logica.
E una prova di tale incarnata inscindibilità si può riscontrare nella coerenza grammo-sintattica che culmina proprio nella compiutezza veritativa dell’argomentazione in esame.
Tuttavia c’è da mettere in risalto che non è possibile che sia il pensiero a doversi conformare alle regole grammo-sintattiche, né a quelle dell’inferenza logica, o comunque a quelle dei legamenti; perché sono queste ultime a ricevere dal pensiero la loro ragion d’essere con le loro peculiari caratteristiche che le accompagnano e con il contenuto espressivo proprio dell’atto del pensare da parte del pensiero stesso.
In altre parole è il pensiero a generare sia il segno linguistico, sia l’inferenza logica, e non viceversa.
La differenza tra segno e logica risiede nel progressivo passaggio dalla convenzionalità al rigore, in cui la struttura segnica finisce con l’organizzarsi secondo regole cogenti da osservare, affinché si possa raggiungere la piena efficacia e la dovuta sicurezza espressiva di conformità a quel pensiero che si vuole esprimere.
La logica e la linguistica si rivelano utili e imprescindibili, oltre che inseparabili dal pensiero, fin dall’origine, in particolar modo in tutte le espressioni del pensiero, come la riflessione individuale e la comunicazione interpersonale, anche se la loro validità non possa essere ricercata in se medesime e neppure al di fuori del pensiero stesso che le ha generate.
Influenza di Kant su Hegel.
Ebbene, io sono convinto che sia stato proprio l’effetto dirompente del criticismo kantiano nella cultura contemporanea con l’applicazione della logica trascendentale alla metafisica a convincere Hegel a far uso dello stesso strumento per sostenere (e, a suo parere, perfino a produrre) la propria indagine speculativa mediante la dialettica.
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6° $ – Caratteristiche della dottrina di Hegel.
Il carattere di Hegel.
Hegel tenta di correggere e integrare il pensiero kantiano (procedimento che, a mio parere, non ha avuto esito alcuno) in talune sue conclusioni, e mi riferisco in particolare al tema metafisico dell’anima, della natura e di Dio, cui Kant era pervenuto per mezzo del criticismo, ma non potrà ottenere di certo alcun risultato attraverso la sua logica dialettica o filosofia speculativa.
Assai più semplicemente, Hegel vi perviene grazie alle sue impostazioni caratteriali, grazie alle quali ha potuto mantenere una continuità ininterrotta di pensiero, nonostante i mutamenti che si sono verificati nel corso della sua vita, come accade del resto a tutti gli uomini: difatti, dovrebbe essere noto a tutti, che le peculiarità caratteriali restino pressoché invariabili nel corso della vita di ognuno.
Sulla scia di Kant, oltre che agli occhi di Hegel, è soltanto la logica (interamente basata sulla tautologia; infatti, non vi è null’altro di più certo e vero che l’affermare che “una cosa è la ciò che è”!) che può garantire alla metafisica quella validità che fin allora non era riuscita a conseguire, e in particolar modo, la scientificità del sapere metafisico.
Del resto lo stesso Kant, mentre da una parte lamenta lo stato della metafisica, dall’altra esalta la validità della logica, come si può leggere nella Prefazione alla 2° edizione, quando osserva:
≪Che la logica abbia seguito questo sicuro cammino fin dai tempi più antichi, si rileva dal fatto che, a cominciare da Aristotele, non ha dovuto fare nessun passo indietro, se non vogliamo considerare come correzione, l’abbandono di qualche superflua sottigliezza o la più chiara determinazione della sua esposizione: ciò che appartiene più all’eleganza che alla sicurezza della scienza≫.([19])
E, a proposito della metafisica, nota:
<<Alla metafisica, conoscenza speculativa razionale, affatto isolata, che si eleva assolutamente al disopra degli insegnamenti dell’esperienza e mediante semplici concetti (non, come la matematica, per l’applicazione di questi all’intuizione), nella quale dunque la ragione deve essere scolara di se stessa, non è sinora toccata la fortuna di potersi avviare per la via sicura della scienza; sebbene essa sia più antica di tutte le altre scienze e sopravvivrebbe anche quando le altre dovessero tutte quante essere inghiottite nel baratro di una barbarie che tutto devastasse>>. ([20])
Inoltre aggiunge subito dopo:
Non v’è dunque alcun dubbio, che il suo procedimento finora sia stato un semplice andar a tentoni e, quel che è peggio, tra semplici concetti. ([21])
Obiettivo kantiano e cosa in sé.
Nonostante ciò, è fuori d’ogni dubbio che l’unico obiettivo di Kant fosse di prospettare una risposta eminentemente metafisica allo scetticismo humiano! E, non di certo, produrre una nuova o più approfondita indagine logica, perché per lui la logica doveva costituire solo un mezzo per raggiungere con sicurezza scientifica gli obiettivi prefissatisi.
Le inattese conseguenze negative, cui purtroppo perviene e da cui non riesce a sottrarsi, sono costituite da quelle problematiche che egli stesso ha suscitate nel corso della sua critica, quali l’esistenza del noumeno (o, cosa in sé) anche se non conoscibile, ecc., che invece avrebbero dovuto rappresentare i propri guadagni filosofici, solo se le sue argomentazioni in merito fossero state più credibili e condivisibili.
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7° $ – L’inaccettabile confusione tra logica e metafisica e successo professionale di Hegel.
Inaccettabile confusione tra logica e metafisica.
Forse però nemmeno Kant si è accorto che, nell’accingersi alla soluzione del problema, sia finito col servirsi di un’indubbia indagine di natura eminentemente logica e i cui risultati potevano essere valevoli semmai soltanto in quest’ambito ma non certo in quello filosofico.
Di ciò si avvedrà Hegel che classificherà il trascendentalismo kantiano come un’innovazione della logica precedente, mentre al contrario Kant presume di restare nel solco della tradizione logica, soprattutto con lo scopo precipuo di avvalersi della sua indubitabile validità, rimasta immutata nei secoli.
Da qui è scaturita la confusione di un inestricabile groviglio tra logica e metafisica, che sarà ripresa e continuata con maggior vigore e determinazione da Hegel, prima, e da Marx, poi, giacché Hegel equiparerà, quasi rivendicando, esplicitamente la logica alla metafisica!
Livello filosofico di Hegel.
Purtroppo c’è da aggiungere che l’indagine metafisica non era il forte di Hegel; e che tutta la sua notorietà si deve soltanto alla sua notevole istruzione e cultura professionale, sicché è riuscito a elaborare una personale prospettiva filosofica del “senso della vita”; obiettivo felicemente perseguito e lusinghieramente raggiunto con piena affermazione nella sua società prussiana!
Tornando a Kant, si può dire che la Critica della Ragion Pura, pur partendo da premesse metafisiche, cerca esplicitamente la soluzione in un’analisi logicistica attraverso quella riflessione che egli denominerà “logica trascendentale” o criticismo.
Da questo punto di vista, la commistione / unificazione (l’ipostatizzazione) tra logica e metafisica, seppure compiuta probabilmente in modo inavvertito da Kant, sarà eseguita consapevolmente da Hegel, il quale, a mio parere, si pone proprio sulla medesima scia kantiana come si addice a un fedele seguace.
Così, prendendo a modello Kant e ricalcandone il procedimento, Hegel si persuade che l’obiettivo da perseguire per consentire alla metafisica di raggiungere lo statuto di scienza, convincimento caro a entrambi, sia l’elaborazione di una dialettica-speculativa, in cui le due discipline, la logica e la metafisica, confluiscano in un’unica attività.
Sarà perciò lo stesso Hegel a esprimere il proprio rammarico perché, secondo lui, l’intuizione kantiana non è stata portata a compimento:
<<La filosofia critica aveva, per vero dire, già trasformata la metafisica in logica. Sennonché il terrore che essa provava per l’oggetto l’aveva condotta, come condusse poi il posteriore idealismo, a dare alle determinazioni logiche, come abbiamo accennato, un significato essenzialmente soggettivo. A cagione di ciò coteste categorie restavano insieme affette da quell’oggetto che volevano fuggire, cosicché rimaneva loro un al di là, sotto la forma di una “cosa in sé” o di un urto infinito>>.([22])
Nella sua trattazione Hegel dà l’impressione a più riprese di tornare sul tema della “cosa in sé” kantiana e di tentare di prospettarne una soluzione, però in realtà i suoi sforzi si limitano a lambirla a guisa di una tangente che manca sempre il suo incontro.
Come ad esempio in questo caso, in cui Hegel viene incontro alle mie convinzioni, affermando che Kant pone, ma non risolve, questo problema:
<<L’idealismo trascendentale, condotto con maggiore conseguenza, conobbe il nulla di “quello spettro della cosa in sé” lasciato sussistere dalla filosofia critica, conobbe il nulla di quest’ombra astratta separata da ogni contenuto ed ebbe per scopo di distruggerla completamente>>.([23])
Perciò Kant, dopo le premesse del “sonno dogmatico” e della “rivoluzione copernicana”, si è di fatto interessato esclusivamente dello scetticismo humiano e ha cercato quale validità assegnare alla conoscenza in generale e a quella scientifica in particolare, attraverso lo strumento della logica trascendentale, attribuendo però a essa tutti i connotati metafisici e senza neppure tentare di camuffarne il nome, perché egli stesso è convinto, non di compiere uno studio di logica ma di autentica metafisica.
Al contrario, Hegel parlerà esplicitamente di “dialettica logica”, facendola coincidere con la metafisica. Siamo nell’abbaglio più completo!
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8° $ – scopo della speculazione kantiana.
Il metodo kantiano non si sostanzia nella ricerca di ciò che l’intelletto umano può indagare e che cionondimeno ha trascurato fino a quel momento di esplorare, ma piuttosto nel delimitare le conoscenze possibili, già acquisite, distinguendole in valide e invalide, così come vengono a essere riassunte molto significativamente in questi tre suoi quesiti fondamentali.
<<Ogni interesse della mia ragione (così lo speculativo, come il pratico) si concentra nelle tre domande seguenti:
à Che cosa posso sapere?
à Che cosa posso fare?
à Che cosa ho diritto di sperare>>? ([24])
Assurdità di porre dei limiti alla conoscenza.
Come se a porsi questi interrogativi non fosse quel medesimo intelletto umano, che, accorgendosi d’aver oltrepassato indebitamente se stesso, si sentisse necessitato a rientrare nei propri limiti, all’interno dei propri confini, i quali sarebbero di certo più consoni ma indubbiamente più angusti e delimitati.
C’è però da osservare che se l’intelletto fosse davvero in grado di avvedersi di oltrepassare i suoi limiti, certamente finirebbe coll’attribuirsi un potere assai maggiore e capace di superare il proprio limite e, conseguentemente, ne verrebbe a possedere uno ben maggiore delle ristrettezze entro cui, invece, vorrebbe volontariamente rinchiudersi: cosa assolutamente inaccettabile!
Detto in altre parole, a parere di Kant la conoscenza dell’epoca si rivelava illecitamente molto più ampia di quanto le fosse legittimo aspirare ma sicuramente incapace di giustificare le sue pretese conoscitive di fronte ad un tribunale della ragione, che ne giudicasse la legittimità e condannasse gli indebiti oltrepassamenti, inaccettabili e assolutamente da vietare.
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Scetticismo kantiano dovuto alla natura stessa della ragione umana.
È chiaro che qui si è dinanzi ad un vero e proprio scetticismo che ha nuovi caratteri rispetto a quello antico; esso non si radica più in una sospensione del giudizio, ma rivendica il diritto di discriminare le singole conoscenze a seconda che siano valide o invalide; e tale diritto dovrebbe realizzarsi attraverso un vaglio che intervisse a separare le conoscenze autentiche da quelle non-autentiche.
Tuttavia, essendo la stessa facoltà a rivendicare questo diritto, non si capisce perché essa non svolga questa sua funzione correttiva o emendatrice nel momento stesso in cui compie l’atto conoscitivo.
Kant nondimeno è chiaro su questo punto spiegando che, questi oltrepassamenti, dipendono dalla stessa natura della ragione umana:
<<La ragione umana, in una specie delle sue conoscenze, ha il destino particolare di essere tormentata da problemi che non può evitare, perché le sono posti dalla natura della stessa ragione, ma dei quali non può trovare la soluzione, perché essi oltrepassano ogni potere della ragione umana. In tale imbarazzo cade senza sua colpa>>.([25])
Come possa, poi, la ragione umana essere tormentata da problemi che oltrepassino ogni suo potere, è un altro mistero che Kant non chiarisce!
Di certo è vero che non noi non siamo in grado di spiegare tutto ciò che sentiamo; ciononostante non ci sembra ragionevole affermare che da oscuri sentimenti si possa essere spinti a credere e a produrre illusioni e pseudoscienze: Kant prova a dimostrarlo ma finisce coll’ingannare se stesso e molti suoi lettori, creduloni o inesperti o che non attendevano altro per liberarsi della cultura metafisica del tempo.
Incongruenza tra logica e metafisica.
Il capitolo, in cui Kant esamina dettagliatamente queste argomentazioni, è quello della “Dialettica trascendentale”, dove, per l’appunto, dopo aver definito che: <<Il paralogismo logico consiste nella falsità di un ragionamento rispetto alla forma, qualsivoglia sia il contenuto>>.([26])
E avere precisato:
<<Ma in un paralogismo trascendentale c’è una motivazione trascendentale che spinge a concludere falsamente rispetto alla forma>>.([27])
Arriva alla conclusione:
<<Pertanto un siffatto ragionamento erroneo avrà il suo fondamento nella natura dell’umana ragione e recherà con sé un’illusione inevitabile, quantunque insolubile>>.([28])
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Logica e metafisica sullo stesso piano.
Così Kant si avventura in un’analisi logicistica ponendo sullo stesso livello assiologico la logica e la metafisica e fornendo alcune prove le quali hanno senza dubbio la medesima, validità da un punto di vista logico, ma non altrettanto sotto il profilo metafisico.
Per questo motivo dire che <<il mondo ha un cominciamento nel tempo e limiti entro lo spazio>>, soltanto in logica detiene lo stesso valore della proposizione antitetica <<il mondo non ha un cominciamento nel tempo né limiti entro lo spazio>>.
Del resto l’equipollenza sembra permanere in entrambe le ipotesi, perché in pari tempo esse si limitano a negarsi a vicenda rispetto alla medesima cosa. Metafisicamente però l’uno esclude l’altro, se non in modo assoluto almeno fino a quando continuano a sussistere le medesime condizioni.
Insomma, l’affermazione e la negazione sono logicamente sempre sullo stesso piano assiologico, ma i contenuti a motivo, della loro antiteticità, non possono detenere sempre e comunque lo stesso valore.
Hegel stesso mette in risalto che la dottrina exoterica della filosofia kantiana, in cui l’intelletto non può oltrepassare l’esperienza sensibile senza generare altro che sogni o illusioni, ha giustificato la rinuncia al pensare speculativo;([29]), tuttavia, giustamente un popolo, continua Hegel (ma io preferirei dire l’intelletto umano) non può assolutamente rinunciare a questa sua prerogativa dell’indagine metafisica, che è la più compiuta espressione del suo spirito e che giustifica ogni altro suo pensiero.
Che un uomo sia vivo o morto, logicamente è indifferente, ma non lo è sul piano dell’esistenza!
Quando si afferma che Dio esiste, di fatto, si sta sottintendendo che la sua negazione non sia possibile; e se tale affermazione, poi, sia vera o falsa, non si può ricercare nella semplice negazione logica, che evidentemente la negherebbe con pari validità così come la afferma, ma nella legittimità o meno delle ragioni che hanno condotto a tale affermazione; insomma l’esistenza di Dio si giustifica in sé e per sé, se possiede tale forza per farlo.
Per questa ragione, l’analisi deve essere eseguita sul piano esclusivamente metafisico-gnoseologico del pensiero e non semplicemente logico, come fa (ingenuamente) Kant.
Insomma, è inutile continuare a nascondere che Kant, sia pure assertivamente, ha dato corpo a un criptico scetticismo, facilmente smascherabile se fosse stato presentato più schiettamente come un tentativo logico diretto a negare la validità di alcuni temi squisitamente filosofici, in auge fin allora.
La pretesa kantiana, che emerge dall’ipostatizzazione di logica e metafisica, ha bisogno, secondo Kant, di una dimostrazione che ne accerti la validità attraverso la mera deduzione logica, mentre al contrario l’autentico fondamento da esaminare, in virtù del quale egli invalida le tre idee paralogiche, si trova soltanto sul piano metafisico, proprio nel momento in cui Kant opera la distinzione tra concetto a priori e intuizione empirica a posteriori, affermando che:
<<La nostra conoscenza scaturisce da due fonti principali dello spirito, …… La facoltà di ricevere le rappresentazioni, … quella di conoscere un oggetto mediante queste rappresentazioni>>.([30])
Questa mescolanza, mediante la quale Kant fa discendere la metafisica dalla logica, finendo col farle coincidere, è assolutamente inaccettabile sul piano del pensiero, in generale, e sul piano metafisico, in particolare.
A dire il vero, egli non riesce a dimostrare nulla con la logica, se non quanto ha già posto nelle premesse con le sue convinzioni metafisiche, proprio per l’appunto suddividendo le facoltà conoscitive in: intellettuali (a-priori) ed empiriche (a-posteriori), (le quali possiederebbero in pari tempo contenuti eterogenei e, di conseguenza, inconciliabili tra loro).
La finzione tuttavia continua perché l’itinerario che egli ricalca è strutturalmente quello tipico del modo d’esporre tradizionalmente la scienza logica, scandendo i vari momenti in: concetti, giudizi e argomentazioni.
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9° $ – C’è una differenza sostanziale tra logica e metafisica.
Differenza sostanziale tra logica e metafisica.
Come ho già in precedenza accennato, da un’intuizione stupendamente metafisica, Kant precipita in una sterile argomentazione logica, che, a suo modo di pensare, avrebbe dovuto ricongiungere, attraverso la deduzione trascendentale, ciò che in metafisica aveva presupposto come separato.
A questo punto, io, mi rifiuto di discutere la “Dialettica trascendentale”, perché sarebbe stato sufficiente un poco più d’accortezza nel porre l”a priori” e l’”a-posteriori” nella medesima facoltà per evitare tutti quei funambolismi cui Kant assoggetta se stesso e i suoi lettori.
Credo, infatti, che nessuno avrebbe da ridire se si dicesse che un uomo sia dotato d’intelligenza e di memoria; e forse nessuno si è mai chiesto finora come due o più qualità possano coesistere nella stessa facoltà, anche perché, per quanto ovviamente possibili, la spiegazione si presenterebbe ovvia oppure oltremodo difficile.
Difatti, come Kant stesso mostra nella logica, l’affermazione e la negazione di una medesima cosa si equivalgono nella loro validità.
Tuttavia nell’ambito metafisico, dove prevale la sostanzialità, ciascun concetto detiene una propria esclusiva essenzialità.
È vero che ciascuna di queste può essere confrontata con le altre, ma il risultato non può essere che la costatazione della loro diversità, alterità o antiteticità, con la conseguente riaffermazione di ciascuna’identità rispetto a tutte le altre.
Infatti, ognuna finisce col riaffermare la propria ragione d’essere nei confronti dell’altra; inoltre, quando il contenuto dell’una si pone in antiteticità rispetto a quello dell’altra, finiscono con l’escludersi a vicenda sicché l’uno rifiuta l’altro, ammettendo semmai una possibile alternanza nella medesima cosa, al contrario dell’alterità che invece accetta la loro eventuale presenza simultanea.
Due colori o due suoni sono alternativi fra loro, perché l’uno esclude l’altro, mentre un suono e un colore possono coesistere nella medesima cosa.
C’è ancora da osservare che la stessa validità della logica non è disgiungibile dalla metafisica, perché i contenuti logici scaturiscono direttamente dalla natura stessa dei concetti, concepiti in metafisica.
In altre parole, è il significato, il contenuto, l’essenza di ciascun concetto a decidere la validità argomentativa, mentre la logica si limita a evidenziare la presenza e la natura di questi legami intrinseci, rilevando le condizioni cui devono rigorosamente sottostare perché la correlazione consequenziale rispecchi esattamente le connessioni esistenti tra i diversi oggetti.
Difatti senza concetti, con la loro intrinseca natura, non si potrebbe avere né scienza logica, né operatività e utilizzabilità.
Insomma la logica dirà che A è diverso da B solo perché l’uno non può essere l’altro; altrimenti finirebbero col coincidere; ma possono essere tra loro antitetici quando l’uno esclude interamente l’altro. Quest’ultima conseguenza, però, non si può dedurre da un formalismo avulso da ogni singola disamina delle loro essenzialità, ma può essere dedotta solamente dal legame esistente in quel preciso rapporto.
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Kant passa quindi a individuare ed esaminare i ragionamenti dialettici, che, secondo le sue convinzioni filosofiche:
<< … non intrattengono alcun rapporto con un qualsiasi oggetto, che possa essere dato in modo adeguato e questo, appunto perché non si tratta che d’idee>>,([31])
Idee, che sono prive dell’intuizione sensibile, perché non sono fondate su conclusioni logiche legittime: l’anima, la natura e Dio.
Cionondimeno la riflessione kantiana insiste nel dichiarare come inconoscibile la “cosa in sé”; e a tal proposito Hegel ribatte il suo disappunto:
<<L’idealismo trascendentale, condotto con maggiore conseguenza, conobbe il nulla di “quello spettro” della “cosa in sé”, lasciato sussistere dalla filosofia critica; conobbe il nulla di “quest’ombra astratta”, separata da ogni contenuto ed ebbe per scopo di distruggerla completamente. Questa filosofia cominciò a dar sì che la ragione esponesse le sue determinazioni, traendole da se stessa. Ma la soggettività del suo punto d’appoggio, impedì a cotesto tentativo di giungere a termine. Tale punto d’appoggio, e con esso anche quel cominciamento o la compiuta elaborazione della scienza pura, fu poi abbandonato. Quello poi, che ordinariamente s’intende per logica, viene considerato, senza riguardo alcuno a un significato metafisico>>.([32])
Ciononostante, nemmeno Hegel è attrezzato a fornire la giusta risposta allo spettro della “cosa in sé” kantiana, proprio perché egli ricalca le stesse orme di Kant in una commistione ipostatica tra logica e metafisica.
Di fronte a questa contraddizione di una cosa, che di per sé è inconoscibile, ma che, di fatto, viene a essere in qualche modo conosciuto tanto da potersene parlare, il ragionamento diventa del tutto fumoso e di bassa qualità dal punto di vista filosofico.
Ecco il motivo per cui dichiarare l’inconoscibilità della “cosa in sé”, significa rafforzare e giustificare la convinzione che si è di fronte ad un autentico problema metafisico, che si sta tentando inutilmente di risolvere con un’esclusiva e inappropriata argomentazione logica, le cui conclusioni legittimano lo scetticismo, di cui Kant si fa artefice, e che si va ad aggiungere a quello dell’empirismo inglese e humiano.
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Hegel, pur seguendo metodologicamente le orme di Kant, a quest’impostazione risponderà puntualmente con la rivalutazione dell’intero sapere e infrangendo quei limiti che Kant avrebbe voluto imporre alla conoscenza, come dimostra assai eloquentemente in questo passo:
<<Quello che prima si chiamava metafisica è stato, per così dire, estirpato fin dalla radice ed è scomparso di fra le scienze. ….
È un fatto che l’interesse, sia per il contenuto, sia per la forma, sia infine per il contenuto e la forma insieme, dell’antica metafisica, è andato perduto.
Com’è da notare quando a un popolo, p. es., sono diventati inservibili la scienza della sua costituzione, le sue maniere di pensare e di sentire, le sue abitudini etiche e le sue virtù, così è, per lo meno, da notare quando un popolo perde la sua metafisica, quando presso di esso non ha più alcun reale esistere lo spirito che si occupa della sua, propria essenza.
La dottrina exoterica della filosofia kantiana – che l’intelletto non possa oltrepassare l’esperienza giacché altrimenti la Facoltà conoscitiva si muterebbe in quella teoretica, che di per sé non metterebbe al mondo che sogni, ha giustificato, dal punto di vista scientifico, la rinuncia al pensare speculativo.
….
Mentre la scienza e l’ordinario intelletto si davano così la mano per lavorare alla distruzione della metafisica, parve prodursi il singolare spettacolo di un popolo civile senza metafisica, – simile a un tempio, riccamente ornato, ma privo di santuario.>>. ([33])
C’è tuttavia da osservare che Hegel non possiede autentici argomenti filosofici, se non una vastissima preparazione culturale filosofica, che lo pone al disopra di tanti suoi contemporanei e in condizione di competere con gli spiriti più elevati del tempo come quello di controbattere e confutare le asserzioni kantiane, ma le sue ragioni si fondano sul buon senso e soprattutto sulle sue intime convinzioni personali, le quali gli impediscono di accettare le conclusioni kantiane, perché gli appaiono del tutto antitetiche al suo esaltato ottimismo della propria visione del mondo.
Qui si potrebbe notare che Hegel è un conservatore e quest’atteggiamento lo porta a difendere e a custodire tutto l’esistente, dalla cultura agli ideali, dalle strutture politiche alla moralità corrente, giustificandoli e proteggendoli da qualunque attacco denigratorio.
Il 24 gennaio del 1817, accettando la cattedra di filosofia all’università di Berlino, Hegel diviene il filosofo ufficiale della Stato prussiano, con la sua concezione conservatrice del diritto e dello stato.
Hegel suscita a più riprese polemiche tra gli accademici dell’epoca per la sua esplicita adesione all’ordinamento dello Stato prussiano e ai principi della Restaurazione.
Al contrario di Kant, che subisce nel 1794 un richiamo da parte del governo prussiano con l’invito a non occuparsi più di cose religiose, Hegel è perfettamente allineato all’ideologia e alla mentalità ufficiale con la sua esaltazione dello Stato prussiano, di cui diviene il rappresentante della cultura dell’epoca.
Per natura Hegel non è l’uomo delle rivolte né delle rivoluzioni, ma piuttosto della difesa e protezione dei valori esistenti: passati, presenti e futuri.
A tal proposito non dovrebbe stupire più di tanto la polemica con Schelling, che tendeva ad annullare tutte le diversità nell’assoluto, perché si può dire che giammai Hegel sarebbe arrivato a concepire una cosa di tal genere, perché il suo spirito doveva necessariamente essere per il mantenimento di qualunque diversità, pur non rinunciando all’unità sistematica dell’assoluto stesso, come del resto egli stesso dà prova concreta in tutte le opere che concepirà.
C’è tuttavia da porre in rilievo che, mentre la posizione schellinghiana è frutto di un’elaborazione schiettamente filosofica, quella hegeliana è una convinzione puramente caratteriale; per lui è una posizione dogmatica credere che il particolare debba estinguersi nell’assoluto, tant’è che ritiene sufficiente la sua semplice enunciazione, come del resto farà in tutte le proposizioni filosofiche.
Inoltre Hegel considera impensabile che il contingente non debba essere assorbito nell’assoluto pur continuando a sussistere in esso con la propria peculiare essenzialità.
Tornando adesso a Kant, si deve riconoscere che egli è completamente sprovvisto di soluzioni autenticamente filosofiche per la crisi metafisica apertasi con lo scetticismo empirico inglese e che le risposte, con cui egli si propone di dare soluzione, siano del tutto estemporanee: pseudo-logiche e non metafisiche. Tuttavia con la sua perspicace genialità riesce a cogliere due temi fondamentali per la metafisica come il “risveglio dal sonno dogmatico” e “la Rivoluzione copernicana”.
Purtroppo, però, ben presto finisce con l’avvalersi di uno strumento del tutto inappropriato come quello della logica, solo perché, a suo dire, garantisce la validità del sapere giacché è rimasta immutata per tanti secoli, avendo raggiunta definitivamente la compiutezza già con Aristotele.
Solo in questo motivo, con la sottomissione della metafisica al vaglio del rigore logico, si potrà garantire quella legittimità e validità, fin allora invano cercata, a qualsiasi conoscenza presente, passata e futura.
In altre parole, Kant si fa scopritore di un metodo, che ritiene “infallibile”, per giudicare la legittimità di ogni tipo di sapere.
Anche su questo punto interverrà Hegel con una diversa osservazione, notando che, se con Aristotele la scienza della logica ha raggiunto il suo compimento, non facendo alcun passo né avanti né indietro([34]), da ciò si dovrebbe dedurre che essa abbia tanto maggior bisogno di rifacimento, in quanto un continuo lavoro di duemila anni deve pure aver procurato allo spirito una maggiore consapevolezza intorno al pensare e alla sua pura essenzialità.([35])
Questa diversa opinione è variamente interpretabile:
à Si potrebbe far dipendere dalla diversità di vedute (premesse), giacché Hegel vede la realtà e il mondo in continuo divenire, onde per lui non esiste nulla di statico; al che tuttavia si potrebbe ribattere che sono millenni che usiamo, e continueremo a farlo, la tavola pitagorica, i teoremi geometrici, le proprietà delle parallele, ecc. senza alcuna necessità di adeguamenti, ma semmai solo di verificare la loro immutata validità nel tempo.
à Inoltre si potrebbe dire che anche dopo il tentativo nel ‘900 dell’assiomatizzazione della matematica e la nascita nelle nuove logiche come l’insiemistica, la modale, la Fuzzy, la logica matematica, quella proposizionale, booloeana, ecc. i capisaldi della logica aristotelica non sono venuti meno, rimanendo ben saldi ai loro principi.
à Al contrario degli autentici studi della logica, le pseuso-logiche: trascendentale di Kant e dialettica dello stesso Hegel non sono mai apparse in alcun testo di logica.
Su questa diatriba io non ho nulla da dire perché mi appare, come in tanti altri dibattiti tra Hegel e Kant un battibecco fine a se stesso, che non apporta nulla di nuovo alla conoscenza.
Attenzione, però, perché questo giudizio negativo di Hegel è esterno al ragionamento kantiano, non calandosi nella reale problematica di quest’ultimo; egli sta rispondendo a Kant, però muovendo da un punto di vista (premesse) completamente diverso, perché fondato su di una concezione diveniristica della realtà, che poi egli cerca di chiarire con la sua logica dialettico-speculativa, proponendola come un nuovo e unico strumento di ricerca metafisica e di solidità del sapere, che ingloba in sé, senza rifiutare nulla, tutte le elaborazioni precedenti, compresa quella kantiana, come momento anteriore alla sua dottrina; non diversamente da Kant, che aveva ritenuto d’intravedere nella sua logica trascendentale il conseguimento degli stessi obiettivi.
C’è infine da osservare che il disaccordo hegeliano discende, prima ancora che da una convinzione filosofica, dalla sua personale visione del mondo, in cui, a parer suo, tutta la realtà è in perenne divenire e dove non esiste nulla d’immutabile e statico.
La metafisica non sarà mai scienza.
Siccome Kant e Hegel lamentano entrambi che alla metafisica non sia toccata in sorte la fortuna di avviare per la via sicura della scienza, ([36])([37]), credo che sia arrivato il momento di chiarire una volta per tutte che alla filosofia non toccherà giammai questa fortuna, perché la sua attività non consiste nel trattare e verificare un sapere già acquisito, definitivamente organizzato e consolidato, di cui si possa o si debba valutare la correttezza, ma di ricominciare sempre dalle radici del sapere, cercando continuamente ulteriori soluzioni alle problematiche che vanno man mano emergendo, di cui occorre scoprire aspetti rimasti finora inesplorati e accertarne ogni volta la validità e la solidità.
Processo conoscitivo e come si coverebbe valutare una dottrina filosofica.
La filosofia non ha la fortuna di scoprire in un sol colpo l’interezza conoscenza possibile, in tutta la sua compiutezza, ma deve procedere gradualmente, sicché si potrebbe dichiarare che alla fine, per giudicare adeguatamente una dottrina filosofica, occorrerebbe prendere in particolare considerazione più ciò che ha taciuto, che ciò che ha detto.
A mio avviso, questo dovrebbe essere il più adeguato ed efficace metodo per stabilire la sua validità di un pensiero filosofico.
Ebbene, adesso io ripeto a questo punto che tutti gli studiosi contemporanei e posteriori a Kant, me compreso, almeno fino a poco tempo fa, non hanno giammai pensato di leggere nella Critica della Ragion Pura un testo di pura logica ma soltanto d’autentica metafisica, sebbene l’esposizione kantiana scandisca esplicitamente i momenti logici del suo procedimento, tant’è che egli stesso definisce la sua ricerca come logica trascendentale, pur rimanendo nell’intima convinzione di trattare e risolvere un tema unicamente metafisico: e la frittata è fatta!
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10° $ – Meriti di Kant.
Merito di Kant.
È tuttavia doveroso riconoscere a Kant il merito consistente nel non essersi accontentato di accertare la validità delle argomentazioni affidandosi esclusivamente alla coerenza intrinseca del ragionamento stesso, ma di averla cercata nei legami interni ai singoli concetti; nessi che dovevano essere connaturati alle essenze stesse.
Ed è questa la stessa strada che seguirà pure Hegel nell’elaborazione della sua ideologia similmente a un fedele seguace che prenda il maestro a modello da imitare e con cui confrontarsi; usando una terminologia da commedia dell’arte si potrebbe affermare che Hegel segua Kant e le sue opere come un canovaccio.
Infatti, questo metodo Kantiano non poteva certamente lasciare indifferente, a mio modo di vedere, un uomo tanto motivato professionalmente e ambizioso com’era Hegel, nel momento in cui si accingeva all’elaborazione del suo pensiero filosofico.
Importanza del guadagno filosofico di Kant.
È inoltre doveroso riconoscere che questa intuizione di Kant si colloca sicuramente fra i maggiori guadagni della metafisica moderna, perché egli comprende che una conoscenza certa debba necessaria- mente essere dedotta con coerenza; e il materiale che egli sceglie all’occorrenza è una tavola dei concetti (le categorie), in cui i singoli elementi sono strettamente correlati tra loro, sicché:
≪Questa divisione ricavata sistematicamente da un principio comune, cioè, dalla facoltà di giudicare (che equivale alla facoltà di pensare), non deriva, rapsodicamente, da una ricerca dei concetti puri, fatta affidandosi alla buona ventura, della cui compiutezza non si può mai essere certi, poiché …. ≫. ([38])
Inoltre Kant aggiunge:
<<Ricercare questi concetti fondamentali era un’impresa degna di quella mente acuta di Aristotele; ma, non avendo nessun principio, Aristotele li raccolse affrettatamente come gli si presentavano e ne mise insieme dieci, che chiamò categorie (predicamenti). ([39])
Dopo credette di averne trovate altre cinque, che aggiunse alle precedenti, con il nome di post-predicamenti.>>
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In seguito, dopo di lui, un altro passo in avanti sarà compiuto da Hegel, che fonda la sua dialettica proprio sull’opposizione, che contraddistingue ciascun concetto.
Tuttavia sia a Kant e sia a Hegel viene a sfuggire il vero senso della natura della conoscenza, che non è costituito, né dai soli nessi costitutivi dei concetti, né dalle loro opposizioni, ma dal loro essere uniti come in un grappolo di nozioni, che sono tenuti insieme dal graspo (l’unità fenomenica).
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Nessi tra concetti.
Infatti, ad es., i colori non si oppongono tra loro ma sono intimamente uniti secondo precise regole, a loro intrinseche: perciò essi non possono essere contemporaneamente nello stesso oggetto, ma si possono soltanto alternare; ognuno ha un proprio significato, che però perderebbe se non esistesse l’altro; e su questo punto si dovrà tornare in seguito.
Perciò gli elementi del fenomeno non possono essere numericamente inferiori a due. Infatti, non avrebbe alcun senso dire che qualcosa è bianca se la medesima non potesse essere, altro che bianca, come ad es., gialla, verde o di altro colore.
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Inadeguatezza della logica.
Comunque è vero che la ricerca di Kant presuppone di partire da argomenti metafisici, per arrivare a conclusioni altrettanto metafisiche: però sarebbe bastato chiedersi se la logica fosse stata realmente lo strumento adeguato al perseguimento di tale scopo per comprendere che essa non avrebbe condotto ad alcun risultato; ciononostante le cose non sono andate così!
La ragione, per cui la logica non è lo strumento adeguato alla risoluzione dei problemi metafisici, risiede nel fatto che essa è figlia della metafisica stessa e che non s’identifica né può identificarsi completamente con essa; oppure, se si suppone che la logica sia congenita alla metafisica stessa, resta comunque un suo elemento necessario, sì, ma di minore valore, per lo più accidentale.
Insomma tra i costituenti degli elementi dell’essenza, bisogna ammettere che non c’è parità orizzontale ma gradualità gerarchica verticale, sul tipo della sostanza aristotelica, composta di un’unica essenza fondamentale e basilare, cui si vanno ad aggiungere le accidentalità che, se anche necessarie ai fini costitutivi dell’essenza stessa, non possono essere poste su uno stesso piano di pariteticità assiologica.
Ciononostante è stata questa la convinzione kantiana e la nostra! Infatti, tutta la fatica di Kant si concretizza nello sviluppo e nella costruzione di una nuova logica, quella trascendentale, che avrebbe dovuto risultare adeguata per l’individuazione e la soluzione delle contraddizioni metafisiche, che si erano appalesate in quell’epoca storica.
In altre parole, nella dottrina kantiana non vi è alcun apporto o guadagno veramente metafisico e la sua ricerca, tranne alcuni indicativi chiarimenti di natura dottrinale, come abbiamo visto, è eminentemente logica.
Il risultato finale si è rivelato di conseguenza come un vero fallimento, perché non ha aggiunto, se non arbitrariamente, che qualche distinzione di nessun valore alla scienza della logica tradizionale.
Pluralità di facoltà e conflitto tra i loro prodotti.
Fondamentalmente egli prende in considerazione tutte le proposizioni vere della logica aristotelica e le divede in valide e invalide a seconda che contengano o no un contenuto empirico; e l’intera logica kantiana si radica nella convinzione che <<la sensibilità e l’intelletto siano due facoltà eterogenee>> tra loro.([40])
La conseguenza, che deriva da questa sua radicale convinzione, è che essendo <<sensibilità e intelletto due facoltà eterogenee>>, anche i loro prodotti saranno differenti ed in conflitto tra loro.
Difatti osserva:
<<Ma i concetti puri dell’intelletto, paragonati alle intuizioni empiriche (anzi, sensibili, in generale) sono affatto eterogenei e non possono trovarsi mai in una qualsiasi intuizione. Ora com’è possibile la sussunzione di queste sotto di quelli e, quindi, l’applicazione della categoria ai fenomeni, poiché nessuno tuttavia dirà: questa categoria, per es. la causalità, può essere anche intuita per mezzo dei sensi e contenuta nel fenomeno?≫([41])
A questo proposito, Hegel dirà che: <<Le esposizioni dialettiche di Kant nelle antinomie della ragion pura non meritano, per vero dire, gran lode, … >>.([42])([43])([44])
La conferma di questo presupposto si trova nel passo, dove Kant asserisce: la conoscenza è ciò che scaturisce da tre facoltà:
à la sensibilità,
à l’intelletto, e
à la ragione.
<<Se noi chiamiamo sensibilità la recettività del nostro spirito a ricevere rappresentazioni, quando esso è in un qualunque modo modificato, l’intelletto è invece la facoltà di produrre da sé rappresentazioni ovvero la spontaneità della conoscenza. La nostra natura è cosiffatta che l’intuizione non può essere mai altrimenti che sensibile, cioè non contiene se non il modo in cui siamo modificati dagli oggetti. Al contrario, la facoltà di pensare l’oggetto dell’intuizione sensibile è l’intelletto.
Nessuna di queste due facoltà è da anteporre all’altra. Senza sensibilità, nessun oggetto ci sarebbe dato e senza intelletto, nessun oggetto pensato. I pensieri, senza contenuti sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche. È quindi necessario tanto rendersi i concetti sensibili (cioè aggiungervi l’oggetto nell’intuizione), quanto rendersi intelligibili le intuizioni (cioè renderle sotto concetti). Queste due facoltà o capacità non possono scambiarsi le loro funzioni>>. ([45])
E più particolareggiatamente dichiara:
<<La nostra conoscenza scaturisce da due fonti principali dello spirito, delle quali la prima è la facoltà di ricevere rappresentazioni (la ricettività delle impressioni), la seconda quella di conoscere un oggetto mediante queste rappresentazioni (spontaneità dei concetti). Per la prima, un oggetto c’è dato; per la seconda, esso è pensato in rapporto con quella rappresentazione (come semplice determinazione dello spirito).
Intuizione e concetti costituiscono, dunque, gli elementi di ogni nostra conoscenza; per modo che, né concetti, senza che a loro corrisponda in qualche modo un’intuizione.
Né l’intuizione senza concetti può darci una conoscenza.
Entrambi sono puri o empirici>>.([46])
<<Non c’è dubbio che, ogni nostra conoscenza incomincia con l’esperienza; da che, infatti, la nostra facoltà conoscitiva sarebbe altrimenti stimolata al suo esercizio, se ciò non avvenisse per mezzo degli oggetti, che colpiscono i nostri sensi, e, per un verso, danno origine da sé a rappresentazioni, per un altro, muovono l’attività del nostro intelletto a paragonare queste rappresentazioni, a riunirle o separarle e a elaborare per tal modo la materia greggia delle impressioni sensibili per giungere a quella conoscenza degli oggetti, che chiamasi esperienza?>> ([47])
Pertanto mi permetto di ripetere che Kant, il quale su ciò segue certamente una lunga tradizione già consolidata in filosofia, la quale vuole che le facoltà psichiche o dell’anima siano suddivise in funzioni diverse e con apporti originali, è fermamente convinto che le facoltà conoscitive siano molteplici e che esse non lavorino in complementarietà e integrazione vicendevole, o quantomeno, non tutte:([48])
Infatti, l’intelletto attesterebbe qualcosa che il senso smentirebbe, e viceversa; oppure che tra i loro risultati, non ci sarebbe possibilità alcuna di conciliazione!
Ecco spiegato l’origine dello scetticismo di Hume, così come ci viene ad essere presentato dalla dottrina kantiana!
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11° $ – Danni del criticismo kantiano alla metafisica.
Effetti deleteri della critica della ragione pratica sulla metafisica.
Il risultato comunque del suo complesso argomentare è che alla fine, non solo egli non risolve lo scetticismo humiano, ma diffonde un deleterio discredito su tutta la metafisica, passata e futura, aggiungendovi nuovi e numerosi problemi, sicché alla fine quelli da risolvere sono assai più numerosi di quanti se ne riprometteva di districare.
Kant tenta a più riprese di porre rimedio a questo riduzionismo dottrinale attraverso le sue maggiori opere successive, come la Critica della Ragion Pratica e la Critica del Giudizio; tentativi, tutti, inutili perché non riescono a recuperare quanto perso e invalidato.
Pertanto queste due ultime opere sono da considerarsi senz’altro inferiori e di scarso pregio; tant’è che è mia convinzione che nessuno le avrebbe mai prese in considerazione se non fosse stato sconvolto e abbacinato dalla Critica della Ragion Pura, apparentemente inconfutabile ma altrettanto inaccettabile, come noterà lo stesso Hegel, perché negatrice di ogni capacità d’accedere alla conoscenza autentica da parte dell’intelletto umano, nemmeno quando in possesso di dati empirici, perché il massimo del sapere, cui possa aspirare, resta pur sempre di tipo relativistico. Sostenere che tutte le convinzioni hanno pari dignità solo perché in logica la loro affermazione e negazione si equivalgono, significa dar ragione agli scettici e distruggere la possibilità di ogni fondare il sapere sulla verità.
Sono proprio i suoi paralogismi, su cui si sofferma preminentemente nella sua riflessione, a far esclamare a molti che finalmente la metafisica sia da accartocciare e buttare tra i rifiuti non riuscendo a realizzare alcuna conoscenza veramente valida.
Tuttavia se qualcuno si è interessato di logica, conosce perfettamente che questa disciplina, tranne quello di portare ordine e chiarezza nel pensiero e nella sua esposizione, non aggiunge né toglie alcunché a quanto già si conosce in precedenza, tranne ovviamente i nuovi arricchimenti inferenziali, quando vengano effettivamente a guadagnarsi.
La logica non genera le idee che essa giudica, ma le connette dichiarando ciò che è razionalmente coerente da ciò che non lo è, e le definisce vere o false a seconda che dicano “ciò che la cosa è” oppure “ciò che è impossibile che sia”.
Pertanto con Kant, e con la sua distinzione tra conoscenza legittima e illegittima, l’ampiezza della conoscenza, dichiarata “vera” dalla logica aristotelica, viene notevolmente e, arbitrariamente, ridimensionata.
Dico arbitrariamente, perché nel suo argomentare, Kant crede dogmaticamente all’esistenza (nell’uomo) di più facoltà conoscitive, oltre a quelle che egli aggiungerà per giustificare le sue argomentazioni; ma ancora di più, egli crede in un loro operare separatamente l’una dall’altra, fornendoci risultati molteplici, eterogenei e contrastanti, difficili da armonizzare, cui solo una facoltà, quella dell’”io penso”, può conferire unità e sintesi.
Rivoluzione copernicana e merito di Kant.
Cionondimeno un merito indiscutibile da riconoscere a Kant, a mio parere, è l’avere intuito che il procedimento seguito fin allora, che fosse la mente umana a doversi regolare sulle cose, non era più accettabile e che occorresse supporre che fossero gli oggetti a regolarsi sull’intelletto umano; capovolgimento, cui egli assegna il nome di “Rivoluzione copernicana” in ossequio al suo ispiratore. Tuttavia c’è da aggiungere che né lui, né altri sono riusciti finora a prospettare una soluzione accettabile, credibile e condivisibile.
I presupposti della logica kantiana sono quelli che egli esplicitamente espone quando dichiara validi soltanto quei concetti che possiedono un intrinseco contenuto empirico.
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Prima risposta all’ipotesi kantiana.
Si dica ciò che si vuole, però è mia convinzione che dai sensi non ci viene alcuna conoscenza, giacché non è l’occhio a vedere, né l’udito ad ascoltare, né il gusto ad assaporare, ecc.
Al contrario si può affermare che l’occhio vede, l’udito ascolta e il gusto assapora solo perché è l’intelletto a vedere, ad ascoltare e a gustare, sia pure attraverso queste parti del corpo cui si può riconoscere una certa attitudine a ricevere particolari e differenti modificazioni che l’intelletto individua ed elabora conferendo loro un significato, distinguendone la provenienza con un nome diverso: occhio-vista, orecchio-udito, lingua-palato.
A tale proposito in passato si è parlato del simile che conosce il simile: riconoscendo in questo modo una certa affinità tra la parte corporea (il sensore) e quella non corporea (il sentito).
Inoltre Kant, con la sua riflessione interamente calata nella logica trascendentale, spacciata o confusa come metafisica, e, in particolar modo, col suo apriorismo, può essere dichiarato come un lontano antesignano dello psicologismo o comunque colui, che ha spronato la ricerca in questa direzione, attraverso le sue problematiche irrisolte.
Prevalenza della logica sulla metafisica.
Quest’ubriacatura logicista continuerà fino ai giorni nostri, conducendo al tentativo di assiomatizzare l’intero sapere; iniziatosi, per quanto inavvertitamente, con Kant, e culminato ed esauritosi con il positivismo logico, che ha il merito di aver dato nuovo impulso agli studi della scienza logica, rimettendola a centro degli interessi culturali e teoretici.
Il positivismo, però, dopo i lusinghieri risultati ottenuti nelle nuove logiche, modali e di altri tipi, ha cercato inutilmente di elevare lo sguardo alla metafisica; o meglio ancora al vertice della conoscenza umana, data la sua acerrima avversione alla metafisica: il vero motivo, che a mio parere nessun ha avvertito, è che la logica, come del resto qualunque altra scienza, non può aspirare ai risultati della metafisica, perché esse sono del tutto inadeguate a ottenerli e a competere con l’autentica sapienza.
Infine c’è da aggiungere che Kant, qualora venga a essere inteso come logicista, non diversamente da Hegel, non apporta in realtà nulla di nuovo allo studio di questa scienza, perché entrambi si sono avvalsi, senza andando oltre, alla comune coerenza e correttezza grammo-sintattica e all’Analitica aristotelica.
Valore dei paralogismi.
Riguardo infine ai paralogismi, fiore all’occhiello di tutti i detrattori della metafisica, dobbiamo dire che non hanno proprio alcun valore, né logico, né metafisico, per la semplice ragione che quelle proposizioni sono già presenti nella logica aristotelica e trovano solo in questa il loro valore di verità o di falsità, senza inficiare in alcun modo la validità del paralogismo stesso, che introduce una distinzione a livello di premesse, la cui validità non può essere accertata dalla scienza logica ma esclusivamente da un esame schiettamente metafisico.
A questo proposito ripetiamo di nuovo che Hegel giustamente dirà che le esposizioni dialettiche di Kant, riguardanti le antinomie, non meritano, a dir vero, gran lode …. ([49])([50])
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12° $ – Preminenza del pensiero sulla logica e incomprensioni tra Kant e i suoi studiosi.
Preminenza del pensiero sulla logica.
Al contrario, decretare la legittimità di proposizioni sulla base dell’intrinseco contenuto empirico, che concorrerebbe alla costituzione del concetto, se è proponibile da un punto di vista logico, non lo è da un punto di vista metafisico, oltreché si rivela come un’operazione arbitraria e opinabile giacché richiede una seria verifica dottrinale per accertarne la validità, giacché ≪il senso non sente>>.
Semmai in verità è l’intelletto ad attribuire al senso quel contenuto, che in seguito verrà a definirsi comunemente come “sensibile”; per questa ragione, non ci sono molteplici facoltà ma una soltanto, al cui interno si possono distinguere le diverse e complesse funzioni che vi si svolgono, anche se, di fatto, può capitare di perdere qualcuna di esse e conservarne altre! (il cieco, il sordo, il sordomuto, il daltonico, ecc.)
E qui c’è da osservare che comunque la capacità intellettiva deve necessariamente restare integra altrimenti la conoscenza diverrebbe menomata e incapace d’intendere, senza alcuna possibilità di porvi rimedio.
Ad esempio: è vero, che si può perdere o non avere la vista, però in questo caso vengono a mancare irrimediabilmente tutte le conoscenze a essa collegate; né c’è possibilità alcuna di porvi rimedio; parlo di “possibilità”, perché anche il vedente può utilizzare in modo ridotto le potenzialità visive, secondo l’utilizzo che ne intende fare l’intelletto.
La residua funzionalità intellettiva, perciò, deve necessariamente continuare a operare nella pienezza della capacità funzionale, altrimenti verrebbe a realizzarsi l’assurdità di un non-conoscere o di un parziale conoscere: cosa che è facile da dire, da parte di chi è nel pieno possesso della capacità intellettiva ma difficile da immaginare.
La conoscenza insomma, c’è o manca! Non si danno possibilità intermedie come potrebbero essere quelle, che spesso si adducono, come confuse, incomplete, frazionate, ridotte, ecc.
La certezza di queste asserzioni deriva semplicemente dalle conoscenze che si danno per scontate.
I ciechi intelligono e conoscono tanto quanto i vedenti e seconda l’intera funzione conoscitiva, seppure ovviamente essi siano privi di quelle esperienze derivanti dalla sensorialità visiva.
La conclusione che si può trarre, è che tutta la metafisica precedente Kant, a cominciare dai presocratici per continuare con i medioevale e finire con l’illuminismo, contrariamente a quanto sia stato creduto fin ora, non ha mai perso la sua validità e legittimità nonostante la riflessione demolitrice o, quantomeno scettica, operata da Kant. La filosofia kantiana non ha minimamente scalfito, né quella precedente, né quella attuale, né quella futura, sebbene molti possano pensare il contrario.
Incomprensioni tra Kant e i suoi studiosi.
Tuttavia, in conseguenza delle incomprensioni suscitate nei suoi lettori dalla dottrina kantiana, la filosofia ha subito una notevole menomazione, concentrando l’attenzione su quelle tematiche che potessero in qualche modo sanare la ferita cagionata.
In primo luogo, la filosofia ha cercato nuove basi, più solide, a quelle detenute fin allora, dimostratesi non più credibili; e le ha intraviste, a volte, nella scienza logica come ha fatto Hegel e altri; altre volte, nell’inseparabilità del segno linguistico dal concetto; e, infine altre volte ancora, in elementi diversi come ad es. la coscienza, l’intuizione, il sentimento, ecc., mentre al contrario il progresso tecnico-scientifico ha continuato imperturbato il suo cammino verso nuove conquiste, senza aggiungere cionondimeno nulla al pensiero teoretico esistente, anche perché, del resto, ciò esulava dal suo ambito di competenza, pur soffrendo molto spesso per questo mancato apporto.
Insomma, con il kantismo sono stati abbandonati gli insegnamenti e le dottrine precedenti, rinunciando definitivamente all’autentica ricerca filosofica! Ad es., io ho sospeso il giudizio in attesa di tempi migliori dacché la mia fede nella conoscenza umana non è mai venuta meno, ritenendo che ci fossero buone ragioni per continuare credere in essa.
Successo del relativismo e del nichilismo.
Nel frattempo, però, il pensiero relativistico e nichilistico ha preso sempre più il sopravvento trovando un terreno fertile nell’indecisione del pensiero teoretico, che è il solo a detenere e garantire la legittimità e la verità del pensiero stesso.
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13° $ – La morte della metafisica.
La morte della filosofia.
L’ipotesi di una consustanzialità tra metafisica e logica, o tra questa e la linguistica, o tra essa e il sentimento, doveva alla fine necessariamente naufragare senza evitare d’impedire che gli studiosi arrivassero all’assurda convinzione di dichiarare esplicitamente la morte della metafisica, facendoci assistere all’assurda condizione di validi professori di filosofia che insegnavano nelle accademie la definitiva scomparsa di questa disciplina.
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Desiderio di rifondazione della filosofia.
La grande ambizione assai spesso ricorrente, che è stata ripresa e riproposta più e più volte da Cartesio in poi, è stata di rifondare dalle fondamenta l’intera filosofia; ambizione, che si è affermata con maggior vigore proprio in seguito alla crisi kantiana; ed caso esemplare è la filosofia di Nietzsche.
C’è tuttavia da aggiungere che questa critica era ben fondata e argomentata, perché la filosofia precedente si era fidata di acquisizioni, che avevano tratto la loro validità, dal consenso o dalla certezza fondata sul senso comune; e da ciò la filosofia appariva indubitabilmente come vera e credibile senza riuscire tuttavia a cogliere come la facoltà intellettiva riuscisse realmente a realizzare la conoscenza; certezza, che Hegel chiamerà: certezza immediata sensibile, che però non prende il vero: la sua verità, infatti, è l’universale, mentre essa vuole prendere invece il “questo”.([51])
Ciononostante, tutti i tentativi di tagliare i legami con il passato, coltivati dalla quasi totalità dei pensatori successivi, si sono arenati in vani tentativi e in annunci reboanti; nessuno, infatti, è riuscito a proporre nulla di concretamente nuovo e valido!
Insostituibilità della facoltà conoscitiva.
Dall’altra parte non poteva accadere diversamente, perché l’intelletto umano è sempre lo stesso e non ce n’è, né ce n’è mai stato, né ce ne sarà mai un altro che possa competere con esso, soppiantandolo grazie ad una diversa e maggiore eccellenza.
Non penso all’unicità della conoscenza umana, né alla sua insostituibilità, ma al fatto che l’uomo ha quest’unico intelletto in dotazione, che egli non si è dato da sé e, quindi, non sarà nemmeno in grado di scegliersene un altro, diverso e migliore.
Detto questo, possiamo aggiungere che è stato proprio Hegel a comprendere per primo (non so con quanta consapevolezza o seguendo semplicemente Kant!) l’artificio kantiano (condotto pur sempre in buona fede) e consistente nell’identificazione della logica con la metafisica, convincendosi a sua volta che solo da questo connubio si potesse finalmente arrivare a quei vantaggi tanto auspicati nella scientificità della metafisica!
In questo modo si sarebbe dovuto arrivare al superamento sia del rammarico kantiano per la fortuna non toccata fin allora alla metafisica nel divenire scienza, sia di quello hegeliano verso Kant, che, pur avendo già trasformato la metafisica in logica, era stato preso dal terrore, lasciando le determinazioni logiche in un significato essenzialmente soggettivo e rinunciando così di portare a compimento l’opera intrapresa.([52])
In questo modo, per Kant prima e per Hegel dopo, sarebbe stata la logica ad assicurare la necessaria scientificità alla filosofia!
Pur tuttavia si procedeva con lo diffondere, presumo pur sempre in buona fede, i risultati ottenuti con le loro fatiche come autentici guadagni metafisici, restando perlomeno nella convinzione di questi due pensatori: equivalenti, se non addirittura superiori, a quelli dell’antichità classica.
Infatti, Hegel parla esplicitamente di dialettica filosofica, da intendere come perfetta ipostasi tra logica e metafisica, cui assegna il nome di “dialettica speculativa”.
In realtà, Hegel, come Kant, ha seguito le ordinarie regole logiche nell’elaborazione della sua concezione di vita e del sapere umano, che egli ritiene, inavvertitamente o con fede cieca, come “autentica metafisica”; attività, che difatti non apporta nessun nuovo guadagno, limitandosi ad attingere l’intero materiale di cui ha bisogno, nelle acquisizioni operate fin allora dalla filosofia, passata e contemporanea, raggiungendo, così, semplicemente un’invidiabile preparazione personale.
Il proposito di alcuni studiosi di prendere in considerazione gli apporti dei vari filosofi alla ricerca hegeliana nella formazione della sua concezione filosofica della vita o, in particolare, del suo concetto di dialettica, suscita un bonario sorriso per la loro ingenuità.
Perché in Hegel, ma non di meno anche in Kant, si viene a riscontrare una cultura talmente vasta e ragguardevole, per cui si finirebbe in un inutile dispendio di tempo e d’energia in questa ricerca, mentre basta costatare che le sue convinzioni si radicano su di un suo presupposto del tutto personale, che egli assume dogmaticamente e senza il benché minimo accenno a una giustificazione e spiegazione critica che ne legittimassero l’accettazione.
Insomma Hegel considera la realtà in continuo e perpetuo divenire secondo una sua predisposizione personale verso tali convincimenti; e i primi consensi gli arrivano dalle evidenze sensibili e, in seguito, dai rivolgimenti sociali ed economici del suo tempo.
Direi insomma che questa sua convinzione sia predisposizione congenita e naturale, suffragata dagli avvenimenti storici della sua epoca!
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Ragioni della dialettica hegeliana.
Hegel non si chiede per quale ragione l’intelletto debba definire o riconoscere come mutevole la realtà, quando questa, secondo la sua convinzione, non può essere diversa da com’è; né che ve ne sia un’altra da cui distinguersi per questa sua peculiare caratteristica. Ragione per cui verrebbe a mancare perfino una qualsiasi valida giustificazione per essere definita come dialettica speculativa dal momento, che né essa, né altra, avrebbe la necessità di differenziarsi per alcuna ragione.
C’è ancora da aggiungere che, se l’intera o la totalità della realtà fosse realmente, unicamente ed esclusivamente, in divenire, la nostra facoltà conoscitiva si rivelerebbe del tutto inadeguata per tale conoscenza, perché sembra che, al contrario, essa concepisca meglio e che preferisca la staticità alla dinamicità; conseguentemente verremmo ad avere un universo dinamico, in cui l’uomo stesso è immerso, con un intelletto che pensa ogni cosa in maniera unicamente, o quanto meno preminentemente, statica.
Per di più, c’è da aggiungere che la facoltà non sarebbe per nulla in grado di raggiungere il suo scopo precipuo che è quello di conoscere la realtà, come prova abbondantemente la stessa sofistica greca, se rifiuta la staticità e l’immutabilità del concetto socratico.
In altre parole, secondo una convinzione radicatasi nel tempo, se le cose mutano costantemente e ininterrottamente, la conoscenza non può aver luogo, perché diverrebbe impossibile coglierne l’essenza in continua trasformazione (cangiamento di forma)!
Di fatti, senza il concetto con le sue intrinseche caratteristiche di stabilità e immutabilità, normalmente attribuitegli e riconosciutegli dagli studiosi, non potrebbe realizzarsi la conoscibilità delle cose.
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Argomento centrale
Di conseguenza, un mondo in continuo e perenne divenire, impedirebbe la stessa formazione del concetto, che costituisce l’elemento basilare per ogni conoscenza, perché, nel momento in cui esso verrebbe a essere concepito, muterebbe subito in altro, sicché esso non sarebbe più, né ciò era prima, né ciò è divenuto poi: invece, perché si possa realizzare la conoscenza, c’è bisogno di dire, sia, “ciò che la cosa è” e, sia, “ciò che la cosa non è”; e ciò verrebbe meno qualora la cosa stessa fosse soggetta a dinamismo e non viceversa a staticità ed immutabilità.
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contraddizione
Dopo attenta riflessione, si deve tuttavia riconoscere che si è stati comunque in grado di cogliere il divenire nella sua essenzialità, perché ne abbiamo una prova indiretta dalle definizioni che sono state fornite.
Se, infatti, fosse mancata l’essenzialità di questo concetto, nella sua stabilità e immutabilità, non si sarebbe stati in grado di dire, né “che cosa esso era”, né “che cosa esso non era”; definizioni che si sono rese possibili solo per l’avere sempre a riferimento la sua essenza.
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14° $ – Apparente contraddizione tra essere e divenire.
Spiegazione dell’apparente contraddizione nel divenire.
Formazione dei concetti, tra cui l’essere e il divenire.
Pertanto la situazione che ci si presenta è la seguente:
à Quando definiamo il divenire “cosa è o non è”, il perno di tutti i predicati è sicuramente l’es-senza del divenire stesso, che deve necessariamente essere, chiara in sé e distinta da tutte le altre, perché altrimenti non saremmo in grado di stabilire ciò che convenga o no a tal essenza.
à Quando invece diciamo che il divenire è inconoscibile a causa del continuo e inarrestabile cangiamento della sua essenza, che la rende sfuggevole e inafferrabile a qualunque conformazione concettuale, si sta in realtà negando irragionevolmente la conoscibilità del divenire stesso, quasi fosse impossibile coglierlo direttamente e immediatamente, contrariamente a quanto crediamo di fare con l’essere e con la sua immutabilità, con cui si sta inavvertitamente confrontando.
à Tuttavia, negando la conoscibilità dell’”essenza diveniente”, tale argomentazione si mostra come falsa, assurda e inaccettabile, perché non si può confutare qualcosa che non si conosce! Di conseguenza, sorge spontanea la domanda: il divenire è conoscibile o no? E se sì, perché in quest’argomentazione sembra che non lo sia, né che lo possa essere? Ebbene, qui è necessario tornare alle origini; e, per far questo, sarebbe doveroso indagare come si sono originate queste assurde convinzioni fin dall’antichità; convincimenti che probabilmente risalgono all’essere degli Eleati, che escludeva in pari tempo sia il molteplice, sia il divenire. Insomma la vera ragione sembra risiedere nell’accettazione dell’essere come unica realtà e nella negazione di ogni altro concetto differente che non fosse in qualche modo rapportabile a esso.
à Quando, invece, si vuole validamente definire che cosa è il divenire, si deve risalire alle caratteristiche, che accompagnano qualsiasi concetto. Infatti, sia il concetto di essere, sia quello di divenire, per quanto assurdo potrebbe apparire a un Eleate, si porge con le medesime caratteristiche, quantunque essi siano veramente diversi, antitetici e irriconducibili tra loro: come accade per ogni concetto. Il concetto di divenire, proprio perché ci deve permettere di stabilire cosa necessariamente gli convenga e cosa no, non si può che presentare con le medesime caratteristiche di essenzialità di quelle dell’essere; giacché ciò che vale per l’uno deve necessariamente valere anche per l’altro. Si deve cioè poter dire cosa compete e cosa no, sia all’uno e sia all’altro, secondo la propria natura. Per questa ragione si potrebbe dire che formalmente, come concetto, il divenire non differisce da quello dell’essere in quanto a staticità, immobilità e immutabilità, mentre nella loro essenzialità, ciascuno rivela una sua inequivocabile natura.
Per approfondire le analogie e le differenze tra l’essere e il divenire, si dovrebbe aprire un’ampia parentesi che ci porterebbe però assai lontani dall’argomento che stiamo trattando.
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Siccome però Hegel ci parla di una logica, che, a suo dire, è assai diversa da quella formale, che risale ad Aristotele in seguito alla dottrina di Parmenide, è opportuno accertare se l‘obiettivo di Hegel sia realmente raggiungibile o se resti una mera chimera.
Tutti sanno che Aristotele nel cap. 2°, del libro IV della Metafisica afferma:
<<L’essere si dice in molteplici significati, ma sempre con riferimento ad un’unità e a una realtà determinata.
L’essere, quindi, non si dice per mera omonimia, ma nello stesso modo in cui diciamo “sano” tutto ciò che si riferisce alla salute: o, in quanto la conserva o, in quanto la produce o, in quanto ne è sintomo o, in quanto … ecc. ecc.>>.([53])
E nella pagina successiva, aggiunge:
<<Così, dunque, anche l’essere si dice in molti sensi, ma tutti con riferimento ad un unico principio: alcune cose sono dette, esseri perché sono sostanza, altre perché affezioni della sostanza, altre perché vie che portano alla sostanza, oppure perché corruzioni, o privazioni, o qualità, o cause produttrici o generatrici sia della sostanza, sia di ciò, che si riferisce alla sostanza, o perché negazioni di qualcuna di queste ovvero della sostanza medesima. (Per questo, anche il non-essere noi diciamo che ”è” non-essere)>> .([54])
Nel libro 6°, cap. 2°, specifica i quattro significati dell’essere:
<<L’essere, inteso in generale, ha molteplici significati:
à Uno di questi – si è detto innanzi – è l’essere accidentale;
à Un secondo, è l’essere come vero e il non-essere come falso;
à Inoltre, ci sono le figure delle categorie (per esempio l’essenza, la qualità, la quantità, il dove, il quando, e tutte le restanti);
à E, ancora, oltre tutti questi c’è l’essere come potenza e atto>>.([55])
Sempre dello stesso capitolo sono di notevole rilievo queste frasi:
<< … di esso (accidente) non c’è nessuna scienza>>.
<<L’accidente, in effetti, risulta, essere qualcosa di vicino al non-essere≫.
<< …: degli esseri, che non sono al modo dell’accidente, c’è generazione e corruzione, invece degli essi accidentali, non c’è generazione né corruzione>>.([56])
<<Resta chiarito, per ora, che dell’accidente non c’è scienza. Ogni scienza, infatti, riguarda ciò che è sempre o per lo più: come sarebbe possibile, altrimenti, imparare o insegnare ad altri? Infatti, ciò che è oggetto di scienza deve potersi determinare come esistente, sempre o per lo più: …>>.([57])
<<Che ci siano, principi e cause, generabili e corruttibili, senza che vi sia processo di generazione e di corruzione dei medesimi, è evidente. Infatti, se così non fosse, tutto esisterebbe necessariamente dal momento, che di ciò che si genera e si corrompe, ci deve essere una causa non accidentale>>.([58]).
Secondo me tutti hanno notato e si sono chiesti, anche se poi si è finiti col soprassedervi, il motivo per cui Aristotele ripete in continuazione il termine “essere”: essere in potenza e in atto, essere sostanziale e essere accidentale, ecc., quando già i semplici termini di potenza e di atto, di sostanza e di accidente, siano detentori di un’accezione chiara e indubitabile senza alcun bisogno di quest’aggiunta.
Forse Aristotele fa precedere il nome “essere” a molti concetti, che, ripeto, sono già chiari senza alcuna precisazione, perché egli probabilmente è condizionamento dal rigore e dalla dottrina di Parmenide, che aveva posto l’essere a base del sapere.
Una conferma di tale soggezione reverenziale è fornita dal suo maestro, Platone, che nel Teeteto 183° definisce Parmenide “venerando e terribile” a causa del suo rigore logico e dottrinale.
Comunque sia! Credo che anche noi potremmo ripetere con Aristotele che il divenire <<si dice in molti sensi, ma tutti con riferimento a un unico principio: … >>, perché ciò che compete all’essere, spetta pure al divenire, da un punto di vista concettuale.
Preciso che io non mi addentrerò in un esame dettagliato dell’argomento, ma mi limiterò solo ad alcune osservazioni superficiali.
Certo, c’è da osservare, Aristotele mescola un tantino ciò che è fondamentalmente di pertinenza dell’essere con ciò che invece compete al divenire, sia pure continuando con una terminologia cara all’ontologia, come appare, chiaramente, quanto parla di potenza e atto, oltre che nella formulazione del principio di non contraddizione:
<<È impossibile che la stessa cosa, ad un tempo, appartenga e non appartenga a una medesima cosa, secondo lo stesso rispetto (e si aggiungano pure anche tutte le altre determinazione che si possono aggiungere, al fine di evitare difficoltà d’indole dialettica>>.([59])
Infatti, potenza e atto sono due termini per esprimere congiuntamente il concetto di divenire, non dissimili da quelli eraclitei, che, dopo avere esposto descrittivamente il cambiamento, riunisce tutto nel logos.
Aristotele, nella definizione del principio di non contraddizione, con l’aggiunta :
<<…, ad un tempo, …, secondo lo stesso rispetto (e si aggiungano pure anche tutte le altre determinazione che si possono aggiungere, al fine di evitare difficoltà d’indole dialettica>>.
Si può affermare, a mio parere, che egli, qui, stia lasciando aperta la porta affinché in seguito non sia né compromesso né escluso né rinnegato il concetto di divenire, sicché qualcosa è “ciò che è” fino a quando non muterà in qualcos’altro per una qualsiasi condizione che intervenga in seguito nel suo mutamento.
A mio parere, nell’affrontare la nuova logica, fondata sul divenire, giustamente e a più riprese Hegel invoca la bontà dello studioso nella Prefazione alla 2° edizione della Scienza della logica,([60])per le difficoltà che dovrà superare nel fondare la nuova scienza dialettica <<sia della difficoltà della materia …., sia dello stato imperfetto in cui la trattazione era rimasta …>> e <<ancora all’indulgenza del lettore>>; come altresì mostra tutta la sua gratitudine a <<Quel materiale già acquisito, però, consistente nelle note forme del pensiero, è da riguardare quale importantissima traccia a noi proposta, anzi, come una condizione necessaria e come un presupposto da accogliersi con animo grato, benché …>>.
Non so se realmente sia da imputare a Parmenide il condizionamento esercitato su tutta la filosofia successiva al punto da costringere Platone, Aristotele e tutti i pensatori fino ai giorni nostri, a tradurre e interpretare il divenire secondo una terminologia eminentemente ontologica, quasi che si trattasse altrimenti di materia rovente da maneggiare con estrema cautela.
Comunque c’è da osservare che, fortunatamente, la scienza ha ignorato, come del resto aveva già fatto Aristotele, le secche in cui s’insabbiavano tutte le problematiche del divenire e del molteplice, procedendo imperterrito nel suo percorso e ignorando completamente tutti i pregiudizi insensati ad esso connessi e che immobilizzavano la filosofia.
Secondo me la logica è una scienza che vale tanto per l’essere quanto per il divenire.
Tuttavia sorvolerò quest’indagine, perché è sufficiente consultare un testo di fisica: in particolare di meccanica, di termodinamica, ecc. e di qualunque altro argomento, perché la fisica, come del resto anche la chimica, si fonda sul divenire degli elementi e, quindi, ricavare quelle leggi della logica, riferite al divenire, parallelamente a quelle che Aristotele elenca nell’Organon.
Mi limito semplicemente a ripetere, come fa Aristotele con l’essere, che perfino il divenire si può dire in molti modi:
<<L’essere si dice in molteplici significati, ma sempre con riferimento ad un’unità e a una realtà determinata>>.([61])
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15° $ – Esame dell’atto conoscitivo e difficoltà darne una definizione.
La conoscenza si presenta assai intricata e la sua problematicità si manifesta sorprendentemente soltanto a-posteriori, quando essa si è manifestata, anche se l’aspirazione sarebbe di capire che cosa essa è, come si generi e che risultati ottiene, fin dall’origine; quindi, da sempre dal momento, che riguarda la natura stessa della conoscenza nella sua intrinseca e peculiare essenzialità.
Diciamo a-posteriori, perché, come chiunque può facilmente costatare, già prima di sapere che cosa essa sia, noi stiamo già usando il pensiero insieme con i suoi costrutti proposizionali fin ora conosciuti, le sue regole grammo-sintattiche con gli articoli, gli aggettivi, i sostantivi, i verbi, le preposizioni e gli avverbi e insieme con gli inevitabili accordi per genere e numero e le connessioni logiche che li legano rigorosamente tra loro e dalla cui composizione, se esattamente eseguita, ci si attende che emerga la conclusione, che si ricerca, che, in questo caso, corrisponde alla domanda: che cos’è la conoscenza?
Inoltre emerge ancora un’altra stranezza, perché sarà proprio l’essenza che si sta cercando a farci sorprendentemente da guida nella costruzione logico-linguistica, la cui presenza inavvertita si viene a svelare indirettamente quando ci si avvede che la validità o meno dei costrutti realizzati, è garantita proprio da quell’essenza conoscitiva di cui si sta andando alla ricerca; come se essa fosse già da noi detenuta.
Infatti, affinché un risultato possa essere giudicato valido, è necessario avere un criterio di valutazione che ci renda possibilità giudicare la sua corrispondenza.
In altre parole, sembrerebbe occorresse qualcosa di preesistente senza la quale non si riuscirebbe a indagare la natura del pensiero, quasi che questo qualcosa non appartenesse a quello stesso pensiero conoscitivo di cui si sta facendo indagine.
Pertanto per conoscere, occorre preventivamente, ma altresì assurdamente, di sapere, se non del tutto, almeno in parte, quanto necessario alla problematica in esame, che è da comprendere; cosa che rende parzialmente inutile la domanda, perché, in realtà la conoscenza in esame, sia pure in parte, è già stata realizzata e appresa.
A questo punto bisogna ammettere che non si sa in che modo incominciare, perché la conoscenza ci appare sprovvista di quel basilare materiale o contenuto di cui ha fondamentalmente bisogno.
In verità essi hanno dato per noto ciò che in realtà non lo era.
Presunti concetti conosciuti, mentre non lo erano per nulla o lo erano solo parzialmente.
Su questo punto ci sembra che gli antichi si siano trovati avvantaggiati perché hanno iniziato con alcune evidenze, assai simili a quelle che Hegel definisce come “la certezza sensibile”, per poi proseguire con le loro disamine dottrinali.
Tuttavia per noi ciò sarebbe una pura semplificazione, che solo apparentemente ci potrebbe in qualche modo aiutare, ma che in effetto si rivela di scarso valore.
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Insomma la conoscenza si presenterebbe come un recipiente vuoto e inconsistente, mancando di tutto.
Tuttavia, se riflettiamo che in realtà noi in questo momento noi stiamo già pensando, l’imbarazzo diventa talmente sconcertante da spingerci a chiederci che cosa mai in realtà si stia pensando, parlando e chiedendo?
E ancora una volta, ciò avviene sempre e interamente all’interno della conoscenza medesima.
Quando si pensa, non è forse il pensiero stesso a pensare? Quando si conosce non è la conoscenza stessa a conoscere?
Francamente tutte queste astrusità sono assai ingarbugliate e per nulla facili da sbrogliare, da capire e da accettare. Sembra proprio di non essere in grado di fornire alcuna risposta a tali problemi!
Se adesso ci soffermiamo un attimo a riflettere su ciò che abbiamo detto fin qui, ci accorgiamo tuttavia di un pensiero che avanza imperterrito nel suo argomentare, mentre in pari tempo lo stesso esegue riflessioni contorte che esso non riesce a dipanare in soluzioni soddisfacenti.
Sembrerebbe occorresse un che di estraneo in grado di tirarci fuori dal pantano in cui siamo caduti.
Se però consideriamo che questo che di estraneo sarebbe comunque compiuto da un pensiero, per natura non dissimile dal nostro per quanto più intelligente voglia essere, il problema finisce col tornare di nuovo a noi, chiedendoci di risolvercelo con le nostre forze.
Frattanto si deve osservare che il pensiero non ha mai cessato la sua inarrestabile attività e che pertanto ha alcuni suggerimenti da proporre: può ripetere il procedimento già eseguito col rischio di non terminarlo mai oppure insistere nella ricerca di una nuova soluzione nella convinzione che a una comprensione si debba pur arrivare, anche se non si riesce per il momento neppure a immaginare.
Di nuovo ci permettiamo evidenziare che in quest’argomentare sembra esistere in noi almeno due parti, di cui una, che possiamo definire “sana”, che continua a guidare senza tentennamenti il nostro argomentare, e l’altra, piena di dubbi, che non riesce a realizzare alcun sapere; quindi, una parte, con tutti i carismi del valido ragionamento e, un’altra, che si dibatte nell’impossibilità d’imbastire qualunque conoscenza.
Con qualche perplessità si potrebbe azzardare l’ipotesi che la maggior parte di questo processo ci sfugge e che non siamo in grado di renderci ragione, malgrado che la lucidità del pensiero pensante non ci abbia mai abbandonato, né sia scosso da nessun tentennamento.
Attenzione, però! Perché l’azzardare tal ipotesi, fondata sull’affermazione che “la maggior parte di questo processo ci sfugge e che noi non siamo in grado di renderci ragione”, è già un’assunzione di certezza, per quanto fondata su un’ipotesi.
La conseguenza che scaturirebbe, sarebbe perciò che per essere in condizione di proporre la domanda, ad es. “che cos’è il pensare o il conoscere?”, dovremmo prima configurare un’ipotesi e, solo in seguito, cercare di capire perché ce la siamo posti e perché la risposta derivata debba essere accettata come giusta.
Non si può sottacere infine che, a condizionare pesantemente i nostri pensieri successivi siano quelle presunte certezze che, nonostante tutte le difficoltà incontrate, sembrano emergere ed essere accolte; infatti, considerando le maledette difficoltà da vincere fin dall’inizio, sarebbe del tutto incomprensibile non appigliarsi a ciò che di più stabile si sia nel frattempo appalesato, almeno fino a quel momento.
Orbene, proviamo adesso a porci, di nuovo, la domanda: che cosa è la conoscenza?
Questa è la domanda più assurda che mai possa essere posta, perché al di fuori della conoscenza, non abbiamo nessun altro potere cui chiedere aiuto.
E qui riemerge quel ragionamento sofistico, già notato a suo tempo da Platone e da Aristotele.
Se si conosce la risposta, non ha senso porsi la domanda; se invece non si conosce, non si sa neppure, dove cercarla.
Proviamo a considerare infine se sia giusto o no il porsi questa domanda.
Per farlo, immaginiamo (ammesso che fosse possibile perché, di fatto, è sempre l’intelletto a rispondere) di chiedere agli occhi che cosa essi vedano; ma la stessa domanda potrebbe essere rivolta a qualunque organo di senso senza mutare di risultato.
Orbene, la vista non saprebbe rispondere (né potrebbe farlo giacché è in ogni caso l’intelletto ad agire); tuttavia diamo la parola e la capacità di rispondere alla vista e vediamo cosa riusciamo a spiegare.
In primo luogo potrebbe individuarla in qualche veduto, allo stesso modo come i naturalisti cercarono l’arché in un elemento della natura.
Tuttavia nessuna singola “cosa vista” si dimostrerebbe adeguata ed esaudire perché ce ne sarebbero infinite altre di uguale valore a rimanere escluse, sebbene tutte insieme costituiscano la visione e il vedere complessivi.
Allora un panorama, ma anch’esso lascerebbe fuori tutti gli altri panorami possibili da vedere e non ancora visti.
Si potrebbe prospettare l’attività del vedere, perché senza di essa, non è possibile vedere nulla, ma anch’essa si presenta come uno costituente del vedere, come lo è per es. l’organo visivo, senza di cui l’attività non produrrebbe nessun risultato.
Ebbene allora, che cosa è il vedere?
Suppongo di essere di nuovo d’accapo perché non scaturisce alcuna risposta!
Di fronte però a un’intelligenza in continua e incessante attività, anche se a volte sfugge o ci fa dubitare riguardo a che cosa stia realmente pensando, si provi ad avanzare una proposta, che tale intelligenza sia un potere, una facoltà, un dinamismo, che possa mostrare la sua autentica natura soltanto nello svolgimento della sua attività, dacché l’essenza di quell’attività consiste proprio nella sua dinamicità.
Una natura in mutamento, al di fuori di questo mutare, non è possibile coglierla, perché solo attraverso il manifestarsi della sua mutevolezza può essere colta la sua essenza, allo stesso modo come le cose statiche mostrano se stesse nella loro staticità mentre al contrario diventano inafferrabili e incomprensibili qualora sospinte verso una continuo e incessante cambiamento: come abbiamo già detto poco sopra. Difatti poco fa abbiamo dichiarato l’inconoscibilità dell’essere, qualora fosse spinto in continuo cangiamento.
Difatti nell’essere si cerca “ciò che esso è”, mentre nel divenire “ciò che esso muta”.
Allo stesso modo credo che adesso si possa dichiarare l’inconoscibilità dell’essenza dinamica qualora volessimo esaminarla da una prospettiva esclusivamente statica, perché come il dinamismo non appartiene all’essere così la staticità non appartiene al divenire, data la loro estraneità.
E pensiero e conoscenza sono due realtà in incessante attività e perciò non conoscibili attraverso una pretesa o presunta staticità, perché esse non sono mai in questo stato.
E quest’ipotesi ci sembra pienamente condivisibile perché ogni cosa si rivela nella sua natura che le è propria mentre appare impossibile che si possa mostrare in una natura diversa da ciò che è.
Or dunque, si sta facendo tutto questo ragionamento con l’obiettivo di attuare quella “rivoluzione copernicana” in filosofia, enunciata da Kant ma finora mai portata a soluzione.
E per ottenere qualche risultato non si può fondare il proprio ragionamento su convinzioni passate che non siano state di nuovo sottoposte a verifica circa la loro validità, ritenuta evidente fino a ora.
Le premesse della critica della ragione, si fondano per Kant sul possesso da parte dell’uomo di due facoltà fondamentali, perché poi ne aggiungerà delle altre, una, intellettiva e l’altra, empirica.
In seguito la trama, che sviluppa il suo criticismo attraverso la logica trascendentale, diventa molto complessa sicché da ritenere inutile analizzarla più di quanto non sia già stato fatto nella prima parte.
Inoltre il suo itinerario è completamente diverso da quello che noi dobbiamo seguire.
Perciò, secondo tutto ciò che abbiamo detto finora, è doveroso uscire dalle ambiguità, che invece egli accoglie dalla filosofia precedente dato che il rovesciamento di posizione non può essere solo meccanico o formalistico, ma deve necessariamente essere drastico e sostanziale, imboccando nuovi e inesplorati percorsi.
Ma, poiché tutti i tentativi fatti fin qui, per rispondere a quelle naturali domande: se il mondo abbia un cominciamento o esista dall’eternità, e così via, sono sempre incorsi in inevitabili contraddizioni, .… così non ci si può accontentare della semplice disposizione naturale alla metafisica, cioè, della stessa facoltà pura della ragione, dalla quale certo deriva sempre una qualche metafisica (quale che sia). – Vedi pag. 55-56, Introduzione, 6°, Problema generale della ragion pura, Critica della ragion pura, Kant, a cura di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza 1966.
Vedi pag. 20, Prefazione alla 2° edizione [1787], Vol. 1°, Critica della ragion pura, Kant, Trad. di Giovanni Gentile e di Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza.
Vedi pag. 19, Prefazione alla 2° edizione [1787], Vol. 1°, Critica della ragion pura, Kant, Trad. di Giovanni Gentile e di Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza.
Vedi pag. 65, Parte 1°, Estetica trascendentale, $ 1°, Vol. 1°, Critica della ragion pura, Kant, Trad. di Giovanni Gentile e di Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza.
Vedi pag. 20, Prefazione alla 2° edizione [1787], Vol. 1°, Critica della ragion pura, Kant, Trad. di Giovanni Gentile e di Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza.
Vedi pag. 20-21, Prefazione alla 2° edizione [1787], Vol. 1°, Critica della ragion pura, Kant, Trad. di Giovanni Gentile e di Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza.
Vedi pag. 93, Vol. 1°, Parte 2° Logica Trascendentale, Introduzione, Idea di una logica trascendentale, I, Della logica in generale, Critica della ragion pura, Kant, a cura di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza 1966.
Vedi pag. 20, Vedi pag. 20, Prefazione alla 2° edizione [1787], Vol. 1°, Critica della ragion pura, Kant, Trad. di Giovanni Gentile e di Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza.
Vedi pag. 20, Prefazione alla 2° edizione [1787], Vol. 1°, Critica della ragion pura, Kant, Trad. di Giovanni Gentile e di Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza.
Vedi pag. 141-142, Cap. 2°, Deduzione dei concetti puri dell’intelletto, Sez. 1°, Dei principi di una deduzione trascendentale in generale, $ 22, Annotazione, Critica della ragion pura, Kant, a cura di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza 1966.
L’USO DOMMATICO, invece, di essa senza critica ad AFFERMAZIONI PRIVE di FONDAMENTO, alle quali si potrà sempre contrapporne altre, ugualmente verosimili, e però allo scetticismo
Vedi pag. 26, Prefazione alla 2° edizione [1787], Vol. 1°, Critica della Ragion Pura, Kant, Trad. di Giovanni Gentile e di Giuseppe Lombardo-Radice, con Glossario a cura di Vittorio Mathieu prima edizione 1966, Editori Laterza 1966.
Vedi Pag. 3 – 4, Prefazione alla 1° edizione, volume 1°, La logica oggettiva, Scienza della logica.
Vedi pag. 4, Prefazione alla 1° edizione, volume 1°, La logica oggettiva, Scienza della logica.
Vedi pag. 89, B 23, Sez. 6°, Problema generale della ragion pura, Introduzione, Critica della ragion pura, a cura di Pietro Chiodi, Libreria UTET.
Vedi pag. 58, Introduzione, VII, Idea e partizione di una scienza speciale sotto nome di critica della ragion pura, Critica della ragion pura, Kant, a cura di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo-Radice, riveduta da Vittorio Mathieu 1959, Editori Laterza 1966.
Vedi pag. 56, Introduzione, Sez. 6°, Problema generale della ragion pura. I, Della differenza tra conoscenza pura ed empirica, Prefazione alla 2° edizione, Critica della ragion pura, Kant, a cura di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza 1966.
Vedi pag. 93, Vol. 1°, Parte 2° Logica Trascendentale, Introduzione, Idea di una logica trascendentale, I, Della logica in generale, Critica della ragion pura, Kant, a cura di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo-Radice, riveduta da Vittorio Mathieu 1959,Editori Laterza 1966.
Vedi pag. 17, Prefazione alla 2° edizione, Critica della ragion pura, volume 1°, traduzione di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardi-Radice, 1° edizione 1966, Editori Laterza. Questo giudizio kantiano sulla logica viene a essere ripreso anche da Hegel a pag. 33, Introduzione, Concetto generale della logica, Scienza della logica, Hegel, GLF Editori Laterza.
Vedi pag. 19, Prefazione alla 2° edizione, Critica della ragion pura, volume 1°, traduzione di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardi-Radice, 1° edizione 1966, Editori Laterza.
Vedi pag. 19, Prefazione alla 2° edizione, Critica della ragion pura, volume 1°, traduzione di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardi-Radice, 1° edizione 1966, Editori Laterza.
Vedi pag. 32 – 33 , Introduzione, Concetto generale della logica. Scienza della logica, Hegel, Editrice Laterza.
Vedi pag. 28 – 29, Introduzione, Concetto generale della logica, Scienza della logica, Hegel, GLF, Editori Laterza.
Vedi pag. 612, Sez. 2°, Dell’ideale del sommo bene come principio determinante del fine ultimo della ragion pura, Cap. 2°, Il canone della ragion pura, II. Dottrina trascendentale del metodo, Critica della Ragion Pura, Kant, a cura di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo-Radice, riveduta da Vittorio Mathieu prima edizione 1966, Editori Laterza 1966.
Vedi pag. 5, Prefazione [1781], Critica della ragion pura, Kant, trad. italiana di Giovanni Gentile e di Giuseppe Lombardo – Radice, riveduta da Vittorio Mathieu, Editori Laterza 1966.
Vedi pag. 331, II. Dialettica trascendentale, Libro 2° – Intorno ai ragionamenti dialettici della ragion pura. Capitolo 1° – Intorno ai paralogismi della ragion pura, Critica della Ragion Pura, Kant, a cura di Pietro Chiodi, UTET.
Vedi pag. 331, II, Dialettica trascendentale, Libro 2° – Intorno ai ragionamenti dialettici della ragion pura. Capitolo 1° – Intorno ai paralogismi della ragion pura, Critica della Ragion Pura, Kant, a cura di Pietro Chiodi, UTET.
Vedi pag. 612, Capitolo 2°, Sezione 2°, Dottrina trascendentale del metodo, Critica della Ragion Pura, Kant, Trad. di Giovanni Gentile e di Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza.
Vedi pag. 93, Vol. 1°, Parte 2°, Logica trascendentale. Introduzione. Idea di una logica trascendentale, I. Della logica in generale, Critica della ragion pura, Kant, a cura di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza 1966.
Vedi pag. 329, A336, Sez. 3°, Sistema delle idee trascendentali, I. Dottrina trascendentale degli elementi, Critica della ragion pura a cura di Pietro Chiodi, Kant, UTET.
Vedi pag. 329, A336, Sez. 3°, Sistema delle idee trascendentali, I. Dottrina trascendentale degli elementi, Critica della ragion pura a cura di Pietro Chiodi, Kant, UTET.
Vedi pag. 3, Prefazione alla 1° edizione, Scienza della logica, Hegel, GLF, Editori Laterza.
Vedi pag. 28 – 29, Introduzione, Concetto generale della logica, Scienza della logica, Hegel, GLF, Editori Laterza.
Vedi pag. 28 – 29, Introduzione, Concetto generale della logica, Scienza della logica, Hegel, GLF, Editori Laterza.
Vedi pag. 3 – 4, Prefazione alla 1° edizione, Volume primo, La logica oggettiva, Scienza della logica, Hegel, GLF Editori Laterza.
<<Alla metafisica, conoscenza speculativa razionale, affatto isolata, che si eleva assolutamente al di sopra degli insegnamenti dell’esperienza e mediante semplici concetti (non, come la matematica, per l’applicazione di questi all’intuizione), nella quale dunque la ragione deve essere scolara di se stessa, non è sinora toccata la fortuna di potersi avviare per la via sicura della scienza; sebbene sia più antica di tutte le altre scienze e sopravvivrebbe anche quando la altre dovessero tutte quante essere inghiottite nel baratro di una barbarie che tutto devastasse>>. Vedi pag. 15, Prefazione alla 2° edizione [1787], Volume 1°, Critica della ragion pura, Kant, Trad. di Giovanni Gentile e di Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza.
Vedi pag. 33, Introduzione, Concetto generale della logica, Scienza della logica, Hegel, GLF, Editori Laterza. Hegel poi aggiunge <<Quanto al tentativo d’ignorare il generale mutamento, anche nel campo scientifico, esso comincia ad andar fallito>>. Vedi pag. 5, Prefazione alla 1° edizione, scienza della logica, Hegel, GLF Editori Laterza.
Vedi pag. 19, Prefazione alla 2° edizione [1787], Volume 1°, Critica della ragion pura, Kant, Trad. di Giovanni Gentile e di Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza., Kant, Trad. di Giovanni Gentile e di Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza.
<<Alla logica non andò in tutto così male come alla metafisica. Vedi pag. 4, Prefazione alla 1° edizione, Scienza della logica, Volume 1°, La logica oggettiva, Hegel, GLF Editori Laterza.
Vedi pag. 114, Sez. 3°, $ 10. Dei concetti puri dell’intelletto o categorie, Cap. I. Del filo conduttore per la scoperta di tutti i concetti puri dell’intelletto, Libro 1°, Analitica dei concetti, I, Analitica trascendentale, Parte 2°, Logica trascendentale, Volume 1°, Critica della ragion pura, Kant, Trad. di Giovanni Gentile e di Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza.
Vedi pag. 115, Sez. 3°, $ 10. Dei concetti puri dell’intelletto o categorie, Cap. I. Del filo conduttore per la scoperta di tutti i concetti puri dell’intelletto. Libro 1°, Analitica dei concetti, I. Analitica trascendentale, Parte 2°, Logica trascendentale, Volume 1°, Critica della ragion pura, Kant, Trad. di Giovanni Gentile e di Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza. – Si dicono predicamenti o categorie i concetti più universali, mutualmente escludentisi, nella cui estensione sono compresi tutti gli altri concetti, che descrivono aspetti della realtà esterna o mentale. Vedi pag. 53, L’arte del pensare – Appunti i logica – Martino Righetti O.P. – Alberto Strumia O.P., Quaderni di formazione 5, ESD Edizioni Studio Domenicano.
Vedi pag. 163, cap. 1°, Dello schematismo dei concetti puri dell’intelletto, Introduzione: Del giudizio trascendentale in generale, Libro 2°, L’analitica dei principi, Parte 2°, Logica trascendentale, 1°. Dottrina trascendentale degli elementi, Critica della ragion pura, Kant, Trad. di Giovanni Gentile e di Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza., Kant, a cura di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza 1966.
Vedi pag. 163, cap. 1°, Dello schematismo dei concetti puri dell’intelletto, Introduzione: Del giudizio trascendentale in generale, Libro 2°, L’analitica dei principi, Parte 2°, Logica trascendentale. 1° Dottrina trascendentale degli elementi. Critica della ragion pura, Kant, Trad. di Giovanni Gentile e di Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza 1966.
Vedi pag. 38, Introduzione, Concetto generale della logica, Critica della ragion pura, Hegel, Editrice Laterza.
Vedi pag. 93-94, Vol. 1°, Parte 2° Logica Trascendentale, Introduzione Idea di una logica trascendentale, I Della logica in generale, Scienza della logica, Hegel, Editrice Laterza.
Vedi pag. 38, Introduzione, Concetto generale della logica, Scienza della logica, Hegel, Biblioteca Universale, GLF Editori Laterza.
Vedi pag. 39, Introduzione, I, Della differenza tra conoscenza pura ed empirica, Critica della ragion pura, Kant, a cura di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza 1966.
Vedi pag. 93, vol. 1°, Parte 2°, Logica trascendentale. Introduzione, Idea di una logica trascendentale, I, Della logica in generale, Critica della ragion pura, Kant, a cura di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza 1966.
Vedi pag. 39-40, vol. 1°, Introduzione, I, Della differenza tra conoscenza pura ed empirica, Critica della ragion pura, Kant, a cura di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza 1966.
Particolare importanza filosofica ha infine assunto il termine nella concezione kantiana dell'”immaginazione pura” o “produttiva ” (reine o produktive Einbildungskraft). A differenza dell'”immaginazione riproduttiva“, che presuppone l’esperienza e la elabora empiricamente, l’immaginazione produttiva è per Kant la facoltà trascendentale che rende possibile la prima unificazione dei dati intuitivi nell’unità dell’appercezione, e quindi l’intervento sistematore delle categorie: essa è con ciò una facoltà intermedia fra quelle del senso e dell’intelletto, e collaboratrice alla sintesi di entrambe. In Fichte, poi, eliminato il presupposto oggettivistico del Kant, l'”immaginazione produttiva” diviene addirittura la funzione creatrice che fornisce all’intuizione i suoi contenuti. Da: Enciclopedia Italiana Treccani.
Vedi pag. 38, Introduzione, Concetto generale della logica, Scienza della logica, Hegel, Biblioteca Universale, GLF Editori Laterza.
Vedi pag. 187, II, La percezione. Ovvero, La cosa e l’illusione. Fenomenologia dello spirito, Hegel, introduzione, traduzione, note a apparati di Vincenzo Cicero, Bompiani editore, testi a fronte.
Vedi pag. 39, Introduzione, I, Della differenza tra conoscenza pura ed empirica, Critica della ragion pura, Kant, a cura di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo-Radice, Editori Laterza 1966.
Vedi pag. 131, Libro IV, cap. 2, Metafisica a cura di Giovanni Reale, editore Bompiani – testi a fronte.
Vedi pag. 133, Libro IV, cap. 2, Metafisica a cura di Giovanni Reale, editore Bompiani – testi a fronte.
Vedi pag. 273, Libro VI, cap. 2, Metafisica a cura di Giovanni Reale, editore Bompiani – testi a fronte.
Vedi pag. 275, Libro VI, cap. 2, Metafisica a cura di Giovanni Reale, editore Bompiani – testi a fronte.
Vedi pag. 277-279, Libro VI, cap. 2, Metafisica a cura di Giovanni Reale, editore Bompiani – testi a fronte.
Vedi pag. 279, Libro VI, cap. 2, Metafisica a cura di Giovanni Reale, editore Bompiani – testi a fronte.
Vedi pag. 145, Libro IV, Cap. 3, Metafisica, Aristotele, a cura di Giovanni reale, Bompiani editore, testi a fronte.
Vedi pag. 9, Scienza della logica, Hegel, GLF, Editori Laterza,
Vedi pag. 131, Libro IV, cap. 2, Metafisica a cura di Giovanni Reale, editore Bompiani – testi a fronte.
Sorgente: ANALISI della DOTTRINA di PARMENIDE